La beffa delle false “Teste di Modì” torna in auge in una canzone di Caparezza

Le false Teste di ModìTrent’anni fa la città di Livorno si apprestava a rendere omaggio ad uno dei suoi figli più illustri, organizzando una mostra celebrativa per il centenario della nascita di Amedeo Modigliani. Oltre ad allestire lo spazio espositivo del Museo Progressivo di Arte Moderna con alcuni lavori dell’artista, per l’occasione la direttrice del museo decise di provare a dare un fondo di verità alla leggenda che da anni circolava tra i livornesi secondo la quale, nel 1909, Modigliani – di rientro da Parigi per un’esposizione temporanea – su consiglio di alcuni amici artisti avrebbe gettato tre sculture nel canale nei pressi di piazza Cavour. Grazie ad un ingente finanziamento il Comune avviò le operazioni di dragaggio dei Fossi Medicei e il 24 luglio, una settimana dopo l’inizio dei lavori, avvennero i primi due sorprendenti ritrovamenti ai quali ne seguì un terzo, datato 10 agosto 1984. Dalle acque del canale emersero infatti tre blocchi di pietra arenaria sui quali erano incisi tre volti, con uno stile che ad un primo sguardo rimandava a quello, inconfondibile, delle opere più famose di Modigliani.

La notizia creò immenso stupore e venne accolta con esaltazione da giornalisti e critici d’arte che si recarono in città per documentare da vicino l’evento e valutare l’autenticità delle “Teste di Modì”. Livorno divenne improvvisamente “capitale dell’arte” e non tardarono ad arrivare giudizi critici di ogni tipo. In molti non esitarono un solo istante nell’attribuire la paternità delle Gli autori di una delle testeopere a Modigliani mentre altri rimasero più cauti, ma si trattava di una minoranza che rimase tale. Dall’euforia per il ritrovamento, ben presto si passò alla delusione mista a rabbia quando iniziò a diffondersi un’altra notizia clamorosa; l’autore dei blocchi di pietra non era affatto Modigliani, bensì tre ragazzi livornesi che rilasciarono un’intervista ad un quotidiano rivendicando la paternità di una delle tre “opere”. I tre studenti, all’epoca dei fatti poco più che ventenni, dichiararono di aver realizzato la scultura con un semplice trapano e di averla gettata nel canale proprio nei giorni in cui iniziarono le ricerche. «Continuavano a non trovare niente – disse uno di loro facendo riferimento alle operazioni di dragaggio -, così abbiamo deciso di fargli trovare qualcosa».

Quella che sembrava a tutti gli effetti una scoperta sensazionale si rivelò in realtà una beffa eclatante. Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Pierfrancesco Ferrucci (questi i nomi degli autori della beffa) si presero gioco delle istituzioni e di numerosi critici d’arte e vennero addirittura invitati dalla Rai a riprodurre – in prima serata e in diretta tv – la scultura per dimostrare le loro reali qualità. Il falso venne nuovamente riprodotto dai tre ragazzi davanti alle telecamere e qualche giorno più tardi uscì allo scoperto anche l’autore delle altre due teste: trattasi di Angelo Froglia, un portuale livornese appassionato di arte che spiegò di aver agito per rivalsa nei confronti dei giudizi della critica. «Il mio intento – rivelò Froglia – era quello di evidenziare come attraverso un processo di persuasione collettiva, attraverso la Rai, i giornali, le chiacchiere tra persone, si potevano condizionare le convinzioni della gente».

A distanza di trent’anni la beffa delle teste di Modigliani non è stata per nulla dimenticata, ma anzi torna in auge grazie ad un artista a tutto tondo come Caparezza (al secolo Michele Salvemini) che nel suo ultimo album Museica, ispirato proprio al mondo dell’arte, dedica alla vicenda una canzone intitolata proprio “Teste di Modì”.

Il 24 luglio ricade la ricorrenza del ritrovamento della seconda testa realizzata dai tre ragazzi livornesi (oggi cinquantenni) che compaiono nel video ufficiale della canzone di Caparezza, il quale ha voluto così omaggiare quel gesto: «Quello scherzo sublime inceppò, seppur involontariamente, i meccanismi del mondo dell’arte. Per tanti fu subito stizza, per me fu subito amore». Nel testo della canzone Caparezza utilizza il suo solito linguaggio tagliente per scagliarsi contro la critica e, più in generale, l’opinione pubblica, che allora come oggi viene condizionata e influenzata dai mass media al punto di far passare per vero qualcosa che in realtà non lo è.

Gabriele Rossetti

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Vhils sceglie Torino per lasciare la sua impronta a colpi di scalpello

vhils torinoGigantografie di volti campeggiano sui muri di alcune città. Visi di persone più o meno note ritratti sulle facciate degli edifici che ad un primo sguardo potrebbero sembrare dipinte. Niente affatto, perché in realtà sono dei veri e propri bassorilievi realizzati a colpi di scalpello. Questo è il marchio di fabbrica del giovane artista portoghese Vhils, al secolo Alexandre Farto, che da qualche anno è riuscito a ritagliarsi un posto di rilievo nel sempre più affollato mondo della street art. Classe 1987, Vhils ha studiato alla University of the Arts di Londra città dalla quale ha cominciato a farsi conoscere. Il talento ha fatto il resto e dalla capitale britannica – dove nel 2008 ha scolpito un volto accanto a un’opera di Banksy – ha spiccato il volo lasciando la sua impronta in giro per il mondo: Lisbona (sua città natale), Parigi, Las Vegas, Rio De Janeiro e, da qualche giorno, Torino. Lo street artist portoghese è infatti sbarcato nel capoluogo sabaudo nell’ambito del progetto NizzArt (organizzato dall’associazione URBE) per il quale ha realizzato una gigantografia sulla facciata laterale di un condominio in Via Nizza, al civico 50.

L’opera d’arte ha richiesto due giorni di lavoro e rappresenta «Una delle tante persone qualunque incontrate e fotografate durante un viaggio in Messico». Dopo aver utilizzato una base di vernice bianca per delineare i lineamenti del viso, Vhils ha preso in mano lo scalpello tratteggiando accuratamente le ombre e le rughe del volto raffigurato. Un lavoro complesso, dispendioso e dal valore inestimabile.

“Scratching the surface”, così è denominata la tecnica utilizzata da Vhils che nel corso della sua (giovane) carriera ha saputo creare un proprio tratto distintivo che gli ha permesso di essere accostato ai più grandi street artist del mondo.

Gabriele Rossetti

Da Parigi a Torino, il viaggio nel mondo di Renoir in mostra alla GAM

renoir - la balançoireVisioni paesaggistiche, figure borghesi e popolane, ritratti di amici e bambini, decorazioni floreali, nudi femminili. Parte dell’attività artistica di uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo lascia momentaneamente Parigi e approda a Torino per dare vita ad un allestimento del tutto inedito. Il viaggio nel mondo di Pierre-Auguste Renoir fa tappa alla GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea) nell’ambito di “Torino incontra la Francia”, progetto culturale promosso dal capoluogo piemontese in collaborazione con il Musée d’Orsay. E proprio dalle collezioni del museo parigino (e dal Musée de l’Orangerie) giungono in prestito sessanta capolavori del pittore, in mostra fino al 23 febbraio. Quattro mesi per ammirare da vicino il lavoro – e la sua complessa evoluzione – dell’artista, attivo tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento.

Suddivisa in nove sezioni l’esposizione mette in evidenza l’indiscussa qualità della tecnica pittorica di Renoir e i diversi temi affrontati durante la sua vita e tramutati in arte. Definito e riconosciuto da molti esclusivamente come «pittore della spensieratezza e della gioia di vivere», Renoir fu invece un artista capace di sperimentare, confrontarsi con le novità del periodo storico e stravolgere le classiche regole della rappresentazione.

La mostra (che ha riscosso il successo del pubblico ancor prima di aprire i battenti con oltre 12 mila prenotazioni) si apre con la sezione intitolata L’età della Bohème, nella quale vengono presentati ritratti di amici e uno dei primi nudi e prosegue con Des femmes passent dans la rue, galleria di ritratti femminili tra cui spiccano “Madame Darras”, “La liseuse” e “Giovane donna con veletta”. Il pezzo forte della terza sezione, La recherche heureuse du côté moderne, è senza dubbio il meraviglioso “La balançoir”, mentre nel quarto spazio espositivo, Le métier de paysagiste, si possono ammirare dieci opere realizzate in en plein air. La visita continua le sezioni Infanzia, Le Jeunes filles au piano, Beau comme un tableau de fleurs, Le nu, forme indispensable de l’art, e si conclude con L’eredità delle Bagnanti, dove campeggia l’omonimo dipinto considerato il testamento pittorico di Renoir, donato nel 1923 dai figli allo Stato francese.

I quadri esposti alla GAM sono stati selezionati dall’ampia produzione artistica del pittore francese nella quale il cappello è un elemento ricorrente. Protagonista della moda francese della Belle Epoque, il corpicapo (soprattutto quello femminile) era una delle passioni di Renoir e rappresenta il filo conduttore del percorso espositivo.

Gabriele Rossetti

Canaletto torna a Venezia, mostra temporanea unica ma a prezzi folli

canaletto Per allestire una mostra di rilievo non è detto che vi sia bisogno di esporre un numero spropositato di opere. Ci sono alcuni (rari) casi in cui basta un solo capolavoro per creare un evento unico. È quanto succederà tra circa un mese con una delle più importanti opere di Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come Canaletto, che dopo duecentosettanta anni torna nel luogo in cui ebbe origine per dare vita ad una esperienza irripetibile. Venezia è pronta ad accogliere L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute, considerato tra i lavori più riusciti del pittore vedutista vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Per ottenere la massima aderenza e coerenza con il paesaggio da rappresentare il pittore veneziano era solito avvalersi della camera ottica, utilizzata anche per la creazione di questo meraviglioso dipinto che raffigura uno scorcio del Canal Grande con le immancabili gondole e una veduta della Basilica della Salute ed è stato realizzato come ex voto della città per la salute ritrovata dopo l’ennesima pestilenza. La prospettiva è quella che si ha da una finestra del loggiato dell’Abbazia di San Gregorio, il luogo in cui venne realizzato il quadro e lo stesso nel quale verrà nuovamente esposto. Proveniente dalla Collezione Terruzzi, l’opera sarà infatti allestita dal 10 novembre al 27 dicembre (con orario continuato 24 ore su 24) negli spazi dell’Abbazia, di proprietà della famiglia Buziol.

«Più che una mostra vuol essere soprattutto un’esperienza emozionale», fanno sapere gli organizzatori che non a caso hanno programmato l’esposizione nel periodo in cui in città si festeggia la Madonna della Salute. Un video realizzato dal regista e sceneggiatore Francesco Patierno introdurrà l’opera dell’artista veneziano ai visitatori dell’esposizione che, però, non sarà alla portata di chiunque. Per accedere alle sale dell’Abbazia di San Gregorio bisognerà infatti prenotarsi ma, soprattutto, essere disposti a sborsare cifre stellari. L’unica nota stonata è proprio rappresentata dal costo dei biglietti: da un minimo di 35 euro a testa per una visita diurna di gruppo (otto persone) si passa ai 50 euro a testa per una visita notturna sempre di gruppo. Il prezzo sale e di molto per chi è intenzionato ad ammirare l’eccezionale dipinto in solitaria: in questo caso il costo è di 280 euro per la visita diurna e 400 euro per quella notturna.

Il ritorno del Canaletto a Venezia è merito della famiglia Buziol, in particolare dei giovani fratelli Silvia e Giampaolo che nel 2010 visitarono la mostra “Canaletto e i suoi rivali” presso la National Gallery di Londra. Tra le opere esposte c’era anche L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute che li colpì per quella veduta così familiare e che ha portato i Buziol a voler allestire la mostra proprio in quel luogo. Il capolavoro di Canaletto venne realizzato tra il 1740 ed il 1745 in tre copie pressoché identiche, una delle quali è di proprietà delle Collezioni Reali della Regina Elisabetta II. Non la copia in questione che invece lasciò Venezia quando venne acquistata da una famiglia nobiliare inglese che in seguito la cedette al Duca di Kent. L’ultimo passaggio di consegne avvenne nell’aprile del 1970 quando l’opera venne battuta all’asta da Sotheby’s a Londra, finendo nelle mani dell’attuale proprietà che prima di riportarla finalmente a Venezia ha consentito che venisse esposta temporaneamente al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, al Vittoriano di Roma, a Palazzo Reale a Milano e al Museo Maillol di Parigi.

Gabriele Rossetti

“Il volto del ‘900”, in mostra a Milano i ritratti più celebri del XX secolo

ritratto di dedie Rivivere il XX secolo attraverso i capolavori di artisti dell’epoca che si sono cimentati con il tema della raffigurazione umana, soffermandosi, ognuno con il proprio stile inconfondibile, principalmente sullo studio del viso. Si presenta così “Il volto del ‘900. Da Matisse a Bacon. Capolavori dal centre Pompidou“, l’esposizione allestita a Palazzo Reale di Milano fino al 9 febbraio 2014. La mostra propone oltre ottanta lavori – tra ritratti, autoritratti e sculture – di altrettanti artisti celebri quali Modigliani, Matisse, Bonnard, Picasso e Bacon; opere d’arte mai esposte in Italia perché custodite al Musée National d’Art Moderne Centre Pompidou di Parigi da cui proviene lo stesso curatore della mostra, Jean-Michel Bouhours. «Volevo mostrare le principali tematiche storico-filosofiche sulla rappresentazione del volto nel XX secolo – ha commentato Bouhours presentando la mostra -. Una rappresentazione che è antica come l’arte che mirava, in fondo, a dare un aspetto all’assenza».

Attraverso i capolavori esposti, la mostra intende rappresentare il mutamento negli stili e nei caratteri della ritrattistica avvenuto nel corso del Novecento di pari passo con i continui cambiamenti della società. L’esposizione è divisa in cinque sezioni: si comincia con “Il mistero dell’anima” che presenta opere dalla forte valenza psicologica dando molto risalto alla figura femminile di inizio secolo. Il percorso prosegue con la sezione “Autoritratti”, nella quale emerge in maniera netta la differenza di stili tra i vari artisti (si passa infatti da Magritte a Severini, da Villon a Bacon). Un elemento ben visibile anche nel terzo spazio espositivo intitolato “Faccia e forme” dove, oltre ai dipinti, la figura umana scomposta è rappresentata dai capolavori scultorei di Lipchitz e Mirò. “Caos e disordine” è il penultimo step del percorso, dedicato all’imperfezione della figura umana, ben rappresentata nei lavori di Bacon e Giacometti. La visita si conclude con “Il ritratto dipinto dopo la fotografia”, quinta ed ultima sezione che presenta immagini ad altissimo impatto espressivo.

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Sin dall’antico Egitto il ritratto ha avuto una funzione fondamentale per l’umanità che però ha cessato di esistere quasi totalmente con l’avvento della fotografia. E proprio a seguito di quella eccezionale innovazione gli artisti hanno dovuto esternarsi dalla realtà e provare a “guardare oltre”, costretti ad inventarsi nuovi metodi di rappresentazione, non soltanto della figura umana, con l’obiettivo di fermare il tempo. Perché come dice il curatore della mostra, Jean-Michel Bouhours, «il ritratto è il contrario del tempo, è un tentativo di congiurare contro il tempo».

Gabriele Rossetti

“Tous mécènes!”, colletta online per restaurare la Nike di Samotracia

nike di samotraciaSe avete in programma un viaggio a Parigi con annessa – e immancabile – visita al Louvre, forse sarebbe meglio rimandare fino a maggio. Prima di allora, infatti, i visitatori del museo più famoso del mondo non potranno ammirare uno dei capolavori maggiormente apprezzati. Stiamo parlando della Nike di Samotracia, una delle tre meraviglie esposte nel museo parigino, insieme alla Gioconda e alla Venere di Milo, che lascerà temporaneamente la sua collocazione in cima allo scalone Daru per sottoporsi a lavori di restauro. Un restauro non urgente ma opportuno, fanno sapere dal museo, in grado di ridare «splendore» alla statua che nel corso degli anni si è notevolmente scurita.

Da tempo i responsabili del Louvre pensavano di restaurare l’opera affinché venisse conservata e preservata al meglio e pare che finalmente abbiano trovato il momento giusto, nonostante il periodo storico non consenta una immediata reperibilità di fondi. Il costo complessivo del restauro si aggira infatti intorno ai 4 milioni di euro, tre dei quali verranno coperti da altrettanti sponsor (Nippon Television Holdings, fondazione Marc Ladreit de Lacharrière e Bank of America Merrill Lynch). Per recuperare il milione che manca il Louvre ha invece pensato di interpellare gli amanti dell’arte, affidandosi al loro buon cuore. In che modo? Dando vita ad una sorta di colletta online intitolata “Tous mécènes!”, attraverso la quale chiunque potrà offrire il proprio contributo donando la cifra che ritiene più consona. Per aiutare gli organizzatori a raggiungere l’obiettivo è necessario collegarsi al sito internet dell’iniziativa e seguire le istruzioni. Chiedere aiuto alle persone comuni attraverso una sottoscrizione è una formula già sperimentata in passato dal Louvre che ha sempre portato i frutti sperati. Ecco perché anche in questa occasione il museo appare fiducioso.

Ogni martedì (giorno di chiusura del museo) per cinque settimane la Nike di Samotracia verrà smontata pezzo per pezzo e imballata prima di venire trasferita nella sala dei Sette camini dove verrà restaurata sotto la attenta supervisione di una Commissione internazionale. Nel frattempo anche la scalinata che collega la Galerie d’Apollon e il Salon Carré, dai cui gradini passano ogni giorno migliaia di persone, subirà un accurato restyling in vista di maggio, quando farà ritorno la vera attrazione.

Conosciuta anche come Vittoria di Samotracia, la scultura è realizzata in marmo pario (bianco, pregiato, proveniente dall’isola di Paros in Grecia) e venne ritrovata proprio nei pressi di Samotracia nel 1863 senza testa né braccia. L’autore dell’opera è sconosciuto anche se è stata più volte attribuita a Pitocrito. Risalente al 200 a.C., la Nike (dea della vittoria, in greco) è uno dei simboli dell’epoca ellenistica e rappresenta una giovane dea alata che porta l’annuncio delle vittorie militari. A lavori ultimati, quando si ripresenterà, sarà possibile ammirarne nuovamente tutto il suo antico splendore.

Gabriele Rossetti

Roy Lichtenstein colora Parigi: restrospettiva al Centre Pompidou

Roy Lichtenstein - Ohhh… Alright…, 1964, © Estate of Roy Lichtenstein L’estate di Parigi si preannuncia più che mai colorata grazie alle opere sensazionali di Roy Lichtenstein, uno dei massimi esponenti della Pop Art, in esposizione fino al 4 novembre prossimo presso le sale del Centre Pompidou. Dopo Chicago, Washington e Londra, la grande retrospettiva sull’artista statunitense, principalmente noto per le sue tavole che riprendono lo stile dei fumetti, sbarca dunque nella capitale francese per fornire ai visitatori una panoramica completa sul lavoro che ha consacrato Lichtenstein nell’olimpo dell’arte mondiale. Dalle opere più note a quelle rimaste all’oscuro del grande pubblico, la mostra ripercorre la carriera dell’artista newyorkese esponendo circa un centinaio di capolavori: i fumetti dei primi anni ’60, certo, ma anche sculture, ceramiche, quadri e stampe.

«Cercare una nuova prospettiva su questa figura emblematica della Pop Art americana, andando “oltre il Pop” per rivalutare Lichtenstein come uno dei primi pittori postmoderni». A detta degli organizzatori l’esposizione parigina è principalmente basata su questo auspicio, vale a dire cercare di far emergere a tutti gli effetti la vena creativa ed eclettica di Lichtenstein che, nel corso della carriera, si è confrontato anche con i generi più tradizionali della pittura (ad esempio, nudi, paesaggi e nature morte).

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L’esposizione del Centre Pompidou attraversa in maniera cronologica le diverse fasi della vita dell’artista. Organizzata in collaborazione con l’Art Institute di Chicago e la Tate di Londra la mostra è curata da Camille Morineau che di Lichtenstein ha detto: «Ciò che rende la forza della sua arte, è anche la distanza divertita e critica che, senza diventare cinico, ha tenuto tra se stesso e l’arte, dagli inizi fino alla fine della sua vita…». Nato a New York nel 1923, Roy Lichtenstein non amava particolarmente la celebrità e le luci della ribalta. Preferiva di gran lunga esprimersi attraverso la sua arte – sempre al passo con i tempi – che ha generato icone mai banali, ricche di significato e humor. Oltre che coloratissime.

Gabriele Rossetti

Parigi, ripulito il muro della casa di Gainsbourg che verrà aperta al pubblico

muro gainsbourgC’è un angolo di Parigi che non sarà più lo stesso. Un angolo in cui una mano di vernice ha cancellato un pezzo di storia della capitale francese, legata ad uno dei suoi simboli: il poeta e cantautore Serge Gainsbourg. L’angolo in questione si trova al numero 5 di rue de Verneuil, VII arrondissement nel quartiere di Saint-Germain-des-Près, ed altri non è che l’indirizzo della casa nella quale Gainsbourg abitò dalla fine degli anni Sessanta fino alla sua scomparsa, avvenuta il 2 marzo 1991. Da quel giorno l’appartamento, 130 metri quadrati, distribuiti su due piani, non è stato più aperto ed è presto divenuto meta di pellegrinaggio dei fans di Gainsbourg che – alla stregua degli ammiratori di Jim Morrison nel cimitero Père Lachaise – hanno cominciato a ricoprire il muro esterno con scritte, disegni, dediche e ricordi personali.

Un colpo d’occhio unico che rendeva omaggio alla creatività dell’artista francese ma che, col passare degli anni, era diventata una “bacheca” a cielo aperto sulla quale chiunque lasciava un segno, talvolta anche inappropriato. La casa di rue de Verneuil è stata anche il luogo in cui si sono consumati gli amori più grandi di Serge Gainsbourg, tra cui la relazione con Brigitte Bardot dalla quale nacque una delle canzoni più famose composte dall’artista, Je t’aime moi non plus, divenuta un successo internazionale ma pubblicata dopo la rottura con l’attrice. La canzone vede la partecipazione della cantante Jane Birkin che diventerà la sua compagna e darà alla luce la figlia Charlotte.

A distanza di ventidue anni proprio la figlia del compianto Gainsbourg ha deciso che fosse giunta l’ora di ripulire dalle scritte la facciata dell’abitazione. Una decisione che ha spaccato l’opinione pubblica parigina, come sempre divisa in casi di questo genere, subito rassicurata da un cartello comparso fuori dall’abitazione: “Ami Serge? Allora rispetta anche questo luogo fino alla fine dei lavori. Ci sarà sempre tempo dopo per la scrittura”. Imbiancare il muro esterno è stato il primo passo verso la ristrutturazione che prevede l’apertura della casa al pubblico che a settembre diverrà un museo, soddisfacendo così la volontà di Charlotte di trasformarla in un luogo di interesse culturale, seppur molto raccolto.

Gabriele Rossetti

Parigi-Londra in bicicletta, adesso si può. Tour organizzati dall’Italia

parigi-londraLa bella stagione è ormai (quasi) alle porte e chi può permettersi di lasciare la propria città starà sicuramente cominciando a pensare alle vacanze estive. Mare e montagna rimangono le località turistiche più ambite così come le città d’arte. In particolare le capitali europee, sempre affascinanti e tutte da scoprire. Per chi volesse provare un’esperienza diversa dal solito, da qualche mese è possibile spostarsi da Parigi a Londra (o viceversa) semplicemente a bordo di una bicicletta. Passare dalle splendide campagne francesi ai villaggi rurali inglesi è ora possibile grazie ad un percorso sicuro e dedicato alle due ruote, inaugurato in occasione delle Olimpiadi svoltesi la scorsa estate proprio nella capitale britannica.

Il percorso si chiama Avenue Verte, è sviluppato principalmente lungo piste ciclabili esclusive e si estende anche attraverso corsie riservate a bordo carreggiata e strade di campagna a basso traffico. Prevalentemente pianeggiante e quindi poco faticoso, il tracciato parte dalla capitale francese e passa attraverso la valle della Senna e del fiume Epte fino ad arrivare alla cittadina di Dieppe, sul mare, dove ci si imbarca sul traghetto per superare la Manica. Una volta effettuata la traversata e dopo un meritato riposo è di nuovo tempo di risalire in sella e percorre la Green Way in territorio inglese. Da Newhaven a Londra il percorso si fa più impegnativo a causa di continui sali-scendi tra le colline, ma lo sforzo è senza dubbio compensato dal paesaggio circostante, fatto di verdi prati, località termali e boschi.

La vera novità per gli appassionati del genere consiste nel fatto che è possibile prenotare e organizzare la traversata anche dall’Italia. L’itinerario è promosso da Girolibero, tour operator vicentino specializzato nell’organizzazione di viaggi in bicicletta, che propone diverse soluzioni di viaggio a prezzi differenti. La traversata in bicicletta da Parigi a Londra è suddivisa in otto tappe da percorre in altrettanti giorni. Gli spostamenti non superano i 60 chilometri giornalieri, percorribili in 4 o 5 ore circa, e sono garantiti i pernottamenti in strutture qualificate a partire da due stelle. Un modo nuovo, insomma, per trascorrere una vacanza insolita.

Gabriele Rossetti

“Ritorno a Venezia”: Palazzo Ducale ospita una mostra di Manet

OlympiaDal 24 aprile e fino al 18 agosto 2013 la Fondazione Musei Civici di Venezia rende omaggio al pittore francese Édouard Manet esponendo parte dei suoi capolavori nelle sale di Palazzo Ducale. Tra dipinti, disegni e incisioni, la mostra è composta da circa ottanta opere che hanno reso celebre uno tra i maggiori esponenti del periodo pre-impressionista, ed è stata realizzata grazie alla collaborazione del Musée D’Orsay di Parigi che attualmente conserva la maggior parte delle opere dell’artista – alcune delle quali prestate in via del tutto eccezionale per l’occasione. Come si legge sul sito ufficiale dell’esposizione la mostra, intitolata “Manet. Ritorno a Venezia”, «nasce dalla necessità di un approfondimento critico sui modelli culturali che ispirarono il giovane Manet negli anni del suo precoce avvio alla pittura».

Uno stile inconfondibile che fonda le sue radici traendo ispirazione dalla pittura spagnola ma che al tempo stesso presenta influenze anche da quella italiana (più specificatamente veneziana) del Rinascimento. Inevitabili i riferimenti a Le déjeuner sur l’herbe e a Olympia, due tra le opere più famose dell’artista, che rimandano rispettivamente ai capolavori di Tiziano Colazione campestre e Venere di Urbino. E proprio per dimostrare questa tesi ai visitatori della mostra verranno riproposti grandi tableau realizzati da artisti veneziani quali Tiziano, Tintoretto, Carpaccio, Lotto e Antonello da Messina, per coglierne analogie e sfumature comuni.

Precursore dell’impressionismo con il quale non volle mai essere identificato, dopo molti viaggi in Germania, Olanda, Spagna e Italia, Manet tornò a Parigi dove si dedicò alla pittura en plein air senza tralasciare gli elementi stilistici accumulati nei vari Paesi. In particolare nel nostro, che oggi gli dedica una mostra unica e significativa, mai analizzata prima da un punto di vista tanto critico che vuole mettere in risalto tutta la sua vena artistica.

Gabriele Rossetti

Keith Haring in mostra a Parigi: la “linea politica” di un visionario

-Può piacere o meno, di certo il lavoro di Keith Haring non può proprio passare inosservato. Un artista immenso, un autentico visionario che a ventitré anni dalla sua scomparsa è ancora apprezzato in tutto il mondo. E proprio in questi giorni viene celebrato a Parigi con una retrospettiva curata in ogni minimo dettaglio che mette in evidenza la natura politica e sociale espressa nel lavoro dell’artista americano. “The political line” è il titolo della mostra, in esposizione dal 19 aprile al 18 agosto 2013 nella cornice di due location distinte della capitale francese: il Museo d’arte moderna e il Centro culturale internazionale “CentQuatre”. Due ampi spazi nei quali verranno ospitate circa 250 opere di uno degli esponenti più attivi e singolari della pop art e della street art.

Dipinti, sculture, t-shirt, disegni e graffiti che riempivano gli spazi della metropolitana newyorkese; questo e molto altro attende i visitatori della mostra che, come detto, è incentrata sulla linea politica di Haring il quale attraverso la sua arte ha provato – ed in parte è anche riuscito – ad influenzare l’opinione pubblica. I suoi capolavori fanno parte della storia dell’arte moderna così come le sue battaglie contro razzismo, omofobia, emancipazione, droga e AIDS (che gli costò la vita), lo hanno reso una vera e propria icona nella difesa dei diritti umani.

La mostra ripercorre le tappe del lavoro artistico di Haring e raccoglie tanto le prime opere in bianco e nero quanto quelle dai colori più vivaci, divenute un culto negli anni Ottanta e ampiamente riconoscibili anche da occhi poco esperti. Nonostante la prematura scomparsa, in poco più di dieci anni di attività Keith Haring ha saputo dare un segno indelebile ai suoi lavori. Uno stile unico e inimitabile che gli ha consentito di entrare – di diritto – nel novero dei grandi artisti del XX secolo.

Gabriele Rossetti

 

Louxor, il cinema più antico di Parigi riapre dopo 25 anni di abbandono

LE LOUXORDopo venticinque anni di abbandono Parigi, capitale del cinema, si riconcilia con uno dei simboli del suo ricco patrimonio artistico e culturale. Stiamo parlando del Cinema Louxor, gioiello architettonico dell’Art déco, costruito nei primi anni ’20 in stile neo-egizio, che torna a (ri)vivere dopo un restauro che lo ha riportato al suo antico splendore. La sala cinematografica più vecchia della capitale francese, situata nel quartiere multietnico di Barbes, ai piedi della collina di Montmartre, nel 1982 aveva cessato la sua originaria funzione ed era stata trasformata in un locale notturno prima di venire chiusa definitivamente – e abbandonata al proprio destino – cinque anni dopo.

Dopo averne acquisito la proprietà da un privato, nel 2010 il Comune ha dato il via ai lavori per garantire la resurrezione del Louxor. Lavori costati complessivamente 25 milioni di euro e terminati in tempo per l’inaugurazione del cinema che oggi, alla presenza del sindaco di Parigi Bertrand Delanoe, riapre al pubblico con tre sale simili a quelle originali, un bar e una terrazza con vista sulla Basilica del Sacro Cuore. Rispetto ai cinema di ultima generazione il Louxor sarà però un multisala sui generis con un programma di carta all’antica, senza alcuna pubblicità prima della proiezione dei film e soprattutto senza la vendita di pop-corn.

Il restauro del Louxor è solo un primo passo effettuato dalla città di Parigi che per rilanciare lo sviluppo economico attraverso le sue bellezze artistiche sta pensando di riportare in vita altre quattordici sale cinematografiche d’antan le quali, come scrive Le Figaro, verranno rimesse a nuovo entro il prossimo anno.

Restituire ai cittadini uno spazio leggendario come il Cinema Louxor equivale non soltanto a migliorare l’immagine del quartiere ma anche ad arricchire notevolmente l’offerta culturale di Parigi.

Gabriele Rossetti

Moleskine entra in Borsa, l’azienda dei taccuini quotata a Piazza Affari

MoleskineDai taccuini utilizzati dallo scrittore britannico Bruce Chatwin nei suoi lunghi viaggi all’ingresso in Borsa, quella finanziaria di Milano. Questi in breve sintesi gli estremi della storia di Moleskine che al suo interno racchiude invece molto di più, ovvero la nascita di un mito diffusosi a cavallo tra il XX ed il XXI secolo.

L’azienda viene fondata nel 1997 dall’idea di un piccolo editore milanese,  Modo&Modo, che ne crea il marchio mai registrato prima riproducendo il leggendario taccuino nero di tela cerata utilizzato dai più grandi artisti del Novecento: Van Gogh, Picasso, Matisse, Hemingway, Wilde e Chatwin. La nascita di quello che oggi è diventato quasi un oggetto di culto, un must per scrittori, giornalisti, artisti e semplici appassionati del genere, è in parte dovuta proprio a Chatwin che nel 1987 racconta il suo personale rapporto con il taccuino attraverso le pagine del libro Le vie dei canti.

In Francia questi taccuini si chiamano carnets moleskine: moleskine, in questo caso, è la rilegatura di tela cerata nera. Ogni volta che andavo a Parigi, ne compravo una scorta in una papeterie di Rue de l’Ancienne Comédie.

Nel suo libro Chatwin racconta inoltre quanto fosse diventato difficile, negli ultimi tempi, trovare fornitori dei taccuini; l’unico rimasto era un piccolo fornitore di Tours, in Francia, ma il giorno che lo scrittore aveva intenzione di ordinarne un centinaio perché «mi basteranno per tutta la vita», venne a scoprire che il proprietario dell’azienda era morto e gli eredi avevano venduto tutto.

La lettura di queste pagine spinge l’azienda milanese a registrare il marchio Moleskine dando il via ad una storia tutta italiana che nel 2006 intreccia il proprio destino con la Francia, nazione che in un certo senso deve i natali al famoso taccuino; non riuscendo a soddisfare l’elevata domanda, l’azienda viene infatti acquisita dalla Société Générale Capital, un fondo di investimenti francese che contribuisce ad espandere gli orizzonti del mercato oltre i confini italiani, arrivando a distribuire i prodotti in quasi novanta Paesi. Il resto è storia recente con il debutto in Borsa del 50,17% del capitale previsto per il 3 aprile prossimo. Moleskine sarà la prima new entry dell’anno a Piazza Affari e le sue azioni saranno vendute a un prezzo compreso tra 2 e 2,65 euro. Nel 2012 l’azienda ha fatturato 78 milioni di euro con un utile di 18 milioni e dopo lo sbarco in Borsa la valorizzazione complessiva del gruppo potrebbe arrivare fino a 530 milioni.

Gabriele Rossetti