#coglioneNo, campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi

coglionenoIdraulico, giardiniere, antennista. Tre mestieri che resistono nel tempo e che richiedono conoscenza, sacrificio, impegno e manodopera. Come tutti i lavori, del resto. Ma vi sognereste mai di non pagare il vostro idraulico, giardiniere o antennista dopo averlo chiamato per un lavoro? La risposta è quanto mai scontata. Questo, però, purtroppo non vale per tutti. Sono infatti tante, tantissime le figure professionali per le quali il loro lavoro sembra non avere prezzo, nel senso che non viene pagato.

La piaga del lavoro gratuito ha ormai preso fortemente piede nel nostro Paese e affligge soprattutto i giovani, “costretti” ad accettare stage non retribuiti o collaborazioni occasionali gratuite in cambio di «esperienza» o «visibilità». Almeno questo è ciò che pensano i (presunti) datori di lavoro. Le categorie professionali più colpite sono quelle che si occupano dei cosiddetti lavori creativi, che diventano categorie di serie b non appena bisogna riconoscerne il valore del lavoro svolto.

E proprio per dire basta alla «svalutazione di queste professionalità» è stata lanciata una campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi. L’iniziativa si chiama #coglioneNo ed è stata realizzata dal collettivo ZERO, un gruppo di creativi che si dividono tra Roma e Londra che stanno spopolando sul web con una serie di video-denuncia carichi di ironia nei quali sono coinvolti – loro malgrado – un idraulico, un giardiniere e un antennista, ai quali viene chiaramente detto che per il loro lavoro (o meglio, progetto) «non c’è budget».

«#coglioneNo – scrivono sul proprio sito i ragazzi del collettivo – è la reazione di una generazione di creativi alle mail non lette, a quelle lette e non risposte e a quelle risposte da stronzi. È la reazione alla svalutazione di queste professionalità anche per colpa di chi accetta di fornire servizi creativi in cambio di visibilità o per inseguire uno status symbol».

E ancora: «È la reazione a offerte di lavoro gratis perché ci dobbiamo fare il portfolio, perché tanto siamo giovani, perché tanto non è un lavoro, è un divertimento».

Infine i creativi di ZERO tengono a precisare che vogliono «unire le voci dei tanti che se lo sentono dire ogni volta. Vogliamo ricordare a tutti che siamo giovani, siamo freelance, siamo creativi ma siamo lavoratori, mica coglioni».

Possibile dargli torto?

Gabriele Rossetti

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Vhils sceglie Torino per lasciare la sua impronta a colpi di scalpello

vhils torinoGigantografie di volti campeggiano sui muri di alcune città. Visi di persone più o meno note ritratti sulle facciate degli edifici che ad un primo sguardo potrebbero sembrare dipinte. Niente affatto, perché in realtà sono dei veri e propri bassorilievi realizzati a colpi di scalpello. Questo è il marchio di fabbrica del giovane artista portoghese Vhils, al secolo Alexandre Farto, che da qualche anno è riuscito a ritagliarsi un posto di rilievo nel sempre più affollato mondo della street art. Classe 1987, Vhils ha studiato alla University of the Arts di Londra città dalla quale ha cominciato a farsi conoscere. Il talento ha fatto il resto e dalla capitale britannica – dove nel 2008 ha scolpito un volto accanto a un’opera di Banksy – ha spiccato il volo lasciando la sua impronta in giro per il mondo: Lisbona (sua città natale), Parigi, Las Vegas, Rio De Janeiro e, da qualche giorno, Torino. Lo street artist portoghese è infatti sbarcato nel capoluogo sabaudo nell’ambito del progetto NizzArt (organizzato dall’associazione URBE) per il quale ha realizzato una gigantografia sulla facciata laterale di un condominio in Via Nizza, al civico 50.

L’opera d’arte ha richiesto due giorni di lavoro e rappresenta «Una delle tante persone qualunque incontrate e fotografate durante un viaggio in Messico». Dopo aver utilizzato una base di vernice bianca per delineare i lineamenti del viso, Vhils ha preso in mano lo scalpello tratteggiando accuratamente le ombre e le rughe del volto raffigurato. Un lavoro complesso, dispendioso e dal valore inestimabile.

“Scratching the surface”, così è denominata la tecnica utilizzata da Vhils che nel corso della sua (giovane) carriera ha saputo creare un proprio tratto distintivo che gli ha permesso di essere accostato ai più grandi street artist del mondo.

Gabriele Rossetti

Canaletto torna a Venezia, mostra temporanea unica ma a prezzi folli

canaletto Per allestire una mostra di rilievo non è detto che vi sia bisogno di esporre un numero spropositato di opere. Ci sono alcuni (rari) casi in cui basta un solo capolavoro per creare un evento unico. È quanto succederà tra circa un mese con una delle più importanti opere di Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come Canaletto, che dopo duecentosettanta anni torna nel luogo in cui ebbe origine per dare vita ad una esperienza irripetibile. Venezia è pronta ad accogliere L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute, considerato tra i lavori più riusciti del pittore vedutista vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Per ottenere la massima aderenza e coerenza con il paesaggio da rappresentare il pittore veneziano era solito avvalersi della camera ottica, utilizzata anche per la creazione di questo meraviglioso dipinto che raffigura uno scorcio del Canal Grande con le immancabili gondole e una veduta della Basilica della Salute ed è stato realizzato come ex voto della città per la salute ritrovata dopo l’ennesima pestilenza. La prospettiva è quella che si ha da una finestra del loggiato dell’Abbazia di San Gregorio, il luogo in cui venne realizzato il quadro e lo stesso nel quale verrà nuovamente esposto. Proveniente dalla Collezione Terruzzi, l’opera sarà infatti allestita dal 10 novembre al 27 dicembre (con orario continuato 24 ore su 24) negli spazi dell’Abbazia, di proprietà della famiglia Buziol.

«Più che una mostra vuol essere soprattutto un’esperienza emozionale», fanno sapere gli organizzatori che non a caso hanno programmato l’esposizione nel periodo in cui in città si festeggia la Madonna della Salute. Un video realizzato dal regista e sceneggiatore Francesco Patierno introdurrà l’opera dell’artista veneziano ai visitatori dell’esposizione che, però, non sarà alla portata di chiunque. Per accedere alle sale dell’Abbazia di San Gregorio bisognerà infatti prenotarsi ma, soprattutto, essere disposti a sborsare cifre stellari. L’unica nota stonata è proprio rappresentata dal costo dei biglietti: da un minimo di 35 euro a testa per una visita diurna di gruppo (otto persone) si passa ai 50 euro a testa per una visita notturna sempre di gruppo. Il prezzo sale e di molto per chi è intenzionato ad ammirare l’eccezionale dipinto in solitaria: in questo caso il costo è di 280 euro per la visita diurna e 400 euro per quella notturna.

Il ritorno del Canaletto a Venezia è merito della famiglia Buziol, in particolare dei giovani fratelli Silvia e Giampaolo che nel 2010 visitarono la mostra “Canaletto e i suoi rivali” presso la National Gallery di Londra. Tra le opere esposte c’era anche L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute che li colpì per quella veduta così familiare e che ha portato i Buziol a voler allestire la mostra proprio in quel luogo. Il capolavoro di Canaletto venne realizzato tra il 1740 ed il 1745 in tre copie pressoché identiche, una delle quali è di proprietà delle Collezioni Reali della Regina Elisabetta II. Non la copia in questione che invece lasciò Venezia quando venne acquistata da una famiglia nobiliare inglese che in seguito la cedette al Duca di Kent. L’ultimo passaggio di consegne avvenne nell’aprile del 1970 quando l’opera venne battuta all’asta da Sotheby’s a Londra, finendo nelle mani dell’attuale proprietà che prima di riportarla finalmente a Venezia ha consentito che venisse esposta temporaneamente al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, al Vittoriano di Roma, a Palazzo Reale a Milano e al Museo Maillol di Parigi.

Gabriele Rossetti

Roy Lichtenstein colora Parigi: restrospettiva al Centre Pompidou

Roy Lichtenstein - Ohhh… Alright…, 1964, © Estate of Roy Lichtenstein L’estate di Parigi si preannuncia più che mai colorata grazie alle opere sensazionali di Roy Lichtenstein, uno dei massimi esponenti della Pop Art, in esposizione fino al 4 novembre prossimo presso le sale del Centre Pompidou. Dopo Chicago, Washington e Londra, la grande retrospettiva sull’artista statunitense, principalmente noto per le sue tavole che riprendono lo stile dei fumetti, sbarca dunque nella capitale francese per fornire ai visitatori una panoramica completa sul lavoro che ha consacrato Lichtenstein nell’olimpo dell’arte mondiale. Dalle opere più note a quelle rimaste all’oscuro del grande pubblico, la mostra ripercorre la carriera dell’artista newyorkese esponendo circa un centinaio di capolavori: i fumetti dei primi anni ’60, certo, ma anche sculture, ceramiche, quadri e stampe.

«Cercare una nuova prospettiva su questa figura emblematica della Pop Art americana, andando “oltre il Pop” per rivalutare Lichtenstein come uno dei primi pittori postmoderni». A detta degli organizzatori l’esposizione parigina è principalmente basata su questo auspicio, vale a dire cercare di far emergere a tutti gli effetti la vena creativa ed eclettica di Lichtenstein che, nel corso della carriera, si è confrontato anche con i generi più tradizionali della pittura (ad esempio, nudi, paesaggi e nature morte).

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L’esposizione del Centre Pompidou attraversa in maniera cronologica le diverse fasi della vita dell’artista. Organizzata in collaborazione con l’Art Institute di Chicago e la Tate di Londra la mostra è curata da Camille Morineau che di Lichtenstein ha detto: «Ciò che rende la forza della sua arte, è anche la distanza divertita e critica che, senza diventare cinico, ha tenuto tra se stesso e l’arte, dagli inizi fino alla fine della sua vita…». Nato a New York nel 1923, Roy Lichtenstein non amava particolarmente la celebrità e le luci della ribalta. Preferiva di gran lunga esprimersi attraverso la sua arte – sempre al passo con i tempi – che ha generato icone mai banali, ricche di significato e humor. Oltre che coloratissime.

Gabriele Rossetti

Vinyl Library, apre a Londra la prima biblioteca che raccoglie solo vinili

viniliDifficile, per non dire impossibile, rimanere indifferenti al fascino del suono che sprigiona un disco in vinile non appena viene a contatto con la puntina del giradischi. Un rito che con il passare degli anni è andato (purtroppo) perdendosi prima con l’introduzione dei CD, poi con la digitalizzazione che ha rivoluzionato il modo di fruire la musica mettendo di fatto in secondo piano l’utilizzo del supporto fisico. C’era una volta il culto per il vinile, ma forse c’è ancora. Sicuramente a Londra dove due dj hanno dato vita ad un progetto mai realizzato prima con uno scopo ben preciso: raccogliere e salvaguardare i vinili.

Da questi intenti prende forma la Vinyl Library, una vera e propria biblioteca dedicata esclusivamente alla conservazione dei dischi. Fondata da Sophie Austin e Elly Rendall la biblioteca si trova in Foulden Road, una strada residenziale nel distretto di Stoke Newington, a nord di Londra, e sarà totalmente gestita da volontari. La Vinyl Library opererà come un ente non-profit e tutto il materiale discografico presente al suo interno sarà il frutto delle donazioni spontanee di chiunque voglia condividere la propria passione per i vinili. «Le persone possono condividere le loro conoscenze musicali anche con chi è nuovo al vinile – ha detto Sophie Austin al Guardian – e molti dei ragazzi che potrebbero venire da noi non hanno mai toccato un vinile prima. Ci piace l’idea di catturare le persone “tattilmente” con un oggetto e di far sì che tutti gli utenti siano nuovamente collegati intorno al vinile come accadeva un tempo».

La Vinyl Library funzionerà come una qualsiasi biblioteca nella quale le persone avranno la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di musica – che spazia dall’afro-rock alla techno contemporanea – e prendere in prestito ciò che si desidera (fino a un massimo di 5 dischi per volta) portandolo comodamente a casa. Chi dona qualche pezzo della propria collezione personale avrà l’iscrizione gratuita, altrimenti sarà tenuto a pagare una piccola quota mensile per avere accesso alle tante iniziative. Le due fondatrici della biblioteca sono infatti intenzionate a tenere delle lezioni sul mestiere di dj, rivolte in particolar modo alle donne, e vogliono allargare le attività anche alla proiezione di documentari musicali e all’organizzazione di workshop e conferenze.

L’idea di Sophie Austin e Elly Rendall di creare uno spazio aperto dove incontrarsi e condividere la passione per la musica avrà quasi sicuramente il successo che merita ma la speranza delle due dj è che chi frequenterà la biblioteca avrà l’onestà di restituire quanto preso in prestito, soprattutto nel caso di pezzi molto rari. Una sola cosa è inconfutabile: per una volta, ad essere vietato sarà il silenzio.

Gabriele Rossetti

Wimbledon “bacchetta” Federer per le suole arancioni delle scarpe

federer scarpeIl rispetto delle tradizioni viene prima di tutto, d’accordo, ma spesso gli inglesi sono maestri dell’esagerazione. A farne le spese è Roger Federer che ha subito un duro rimprovero dagli organizzatori del prestigioso torneo di Wimbledon, terza prova del Grande Slam in fase di svolgimento in questi giorni, ai quali non è andato giù il colore delle suole delle sue scarpe. A caccia dell’ottavo trionfo personale sull’erba del circuito londinese, il tennista svizzero è sceso in campo nel primo turno – dove ha superato agevolmente il rumeno Hanescu con un netto 6-3; 6-2; 6-0 – con una divisa personalizzata griffata dallo sponsor tecnico (la Nike) rispettando come ogni anno il dress code del torneo che prevede l’utilizzo esclusivo del colore bianco.

Una regola alla quale è impossibile sfuggire anche perché all’All England Club non scherzano e circa 90 giorni prima dell’inizio del torneo fanno ispezionare le divise degli atleti. Evidentemente in un primo momento qualcuno deve aver chiuso un occhio sull’arancione delle suole di Federer ma non durante e, soprattutto, dopo l’incontro d’esordio; il campione in carica ha ricevuto un vero e proprio ultimatum con la richiesta – per niente gentile – di cambiare scarpe in vista del prossimo turno.

Per sua fortuna lo svizzero non dovrebbe rischiare nessuna sanzione pecuniaria, a patto che ascolterà il “consiglio” degli organizzatori. Optando per un colore più neutro al posto di quell’arancione tanto sgradevole alla vista dei britannici, Federer non sarebbe passibile di multa che in ogni caso non avrebbe alcuna difficoltà a pagare. Non vi sarebbe comunque da stupirsi se si trattasse di una classica trovata pubblicitaria dello sponsor (le scarpe sono già andate a ruba negli store Nike) e se l’ex numero uno del mondo continuasse ad utilizzarle. In fin dei conti il tanto decantato codice di abbigliamento di Wimbledon si pronuncia solamente sul colore delle divise, non su quello delle suole…

AGGIORNAMENTO

Per la cronaca, nel pomeriggio Roger Federer è sceso in campo con una tenuta total white, suola delle scarpe compresa, ma la vera notizia è che il sogno di conquistare l’ottavo titolo a Wimbledon si è infranto già al secondo turno; dopo essersi aggiudicato il primo set Federer è incredibilmente crollato sotto i colpi dell’ucraino Stakhovsky, numero 116 del ranking mondiale, che tra l’incredulità generale ha sconfitto l’illustre collega in rimonta. Per Federer si tratta dell’eliminazione più rapida in un torneo dello Slam negli ultimi dieci anni.

Gabriele Rossetti 

Björk, Sigur Rós e gli altri artisti della scena musicale islandese in mostra alla Ono Arte di Bologna

bjork mostra bolognaTerra del ghiaccio, terra isolata, terra desolata; terra che sprigiona arte a 360 gradi, in ogni sua forma. Sarà anche il paese europeo meno popolato ma l’Islanda è sicuramente una fucina di talenti, principalmente in campo musicale. E proprio alla scena musicale islandese è dedicata l’esposizione della Ono Arte Contemporanea di Bologna che dal 27 giugno al 19 settembre 2013 propone 50 fotografie e una serie di proiezioni di videoclip. Protagonisti della mostra sono i maggiori interpreti musicali del Paese a cominciare dalla piccola grande Björk, artista a tutto tondo e vera icona nazionale. Non a caso la musicista, compositrice, cantante, attrice e modella è citata nel titolo della mostra – Björk. Violently Happy in Iceland – composta dagli scatti, inediti per l’Italia, di Hörður Sveinsson, Renaud Monfourny e Photosythesis i quali hanno immortalato il meglio della creatività islandese a livello musicale. Band come Sigur Ròs, Mùm, Matmos e Of Monsters and Men, sono infatti ormai conosciute anche oltreconfine.

Il movimento musicale islandese deve – inevitabilmente – il suo successo a quello dell’artista di maggior spicco. Nata e cresciuta a Reykjavík, Björk incide il suo primo album all’età di dodici anni e non si fermerà più, facendo della sperimentazione uno dei suoi punti di forza. La carriera decolla grazie all’interesse riscosso con i Sugarcubes, band dalla quale Björk si separa nel 1992 per iniziare a camminare da sola. La passione per le sonorità elettroniche la portano a trasferirsi a Londra, città dalla quale spiccherà letteralmente il volo affermandosi sulla scena internazionale. Björk si dimostra artista poliedrica e nel 2000 trova la consacrazione anche al cinema al fianco di Lars Von Trier che la vuole come protagonista di Dancer in the dark, film vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes per il quale cura anche la colonna sonora.

Le indiscusse qualità portano Björk ad instaurare rapporti e numerose collaborazioni con altri artisti che in qualche modo la aiutano anche a sviluppare un discreto fiuto nella ricerca di nuovi talenti da lanciare sul mercato. È il caso dei Sigur Rós, scoperti proprio da Björk con cui condividono non soltanto la terra d’origine ma anche sonorità e cura maniacale dei dettagli. L’esposizione bolognese è dedicata alle loro carriere e, più in generale, all’espressione artistica dell’Islanda. Terra che sprigiona arte a 360 gradi.

Gabriele Rossetti

“Slave Labour”, il murales di Banksy venduto all’asta a Londra

slave labour banskyUn bambino scalzo, inginocchiato e intento a cucire a macchina una serie di Union Jack, la bandiera della Gran Bretagna. È questa una tra le opere più famose di Banksy. Il murales realizzato da uno dei maggiori esponenti della street art è stato venduto all’asta a Londra per 750mila sterline (circa 1 milione di euro).

L’opera è stata messa sul mercato da una società di servizi per vip, la Sincura Group, dopo che già negli scorsi mesi un’altra asta era stata sospesa a Miami in seguito alle forti proteste dei residenti del quartiere in cui il murales era stato realizzato. Fece infatti la sua comparsa sulla parete di un discount a Wood Green, Londra nord, nel maggio del 2012, poco prima delle celebrazioni del Giubileo di Diamante della Regina Elisabetta II, salvo poi venire rimossa dal muro nel febbraio scorso per essere messa all’asta negli Stati Uniti.

Il graffito intitolato “Slave Labour” rappresenta una critica verso lo sfruttamento del lavoro minorile e vuole simboleggiare tutti i bambini schiavi del mondo. Come ogni altro lavoro dell’artista originario di Bristol è divenuto celebre in poco tempo al punto da richiamare numerosi turisti, indirizzati verso l’opera grazie anche all’installazione di cartelli stradali posizionati all’uscita della metropolitana. Proprio la possibile perdita del murales e dei suoi visitatori ha alimentato le polemiche di residenti e politici locali che adesso si augurano che il compratore – del quale non è stata rivelata l’identità – voglia restituire al quartiere il dono di Banksy. Difficile che ciò avvenga anche perché pare che l’acquirente sia un collezionista americano.

Attribuito a Banksy, in realtà “Slave Labour” non è mai stato autenticato ma gli esperti sono certi che sia stato realizzato dall’artista, che nel 2008 ha introdotto un servizio di autenticazione delle sue opere (denominato Pest control) al fine di regolamentare il mercato dei suoi lavori.

Gabriele Rossetti

(Foto: © Peter Macdiarmid, Getty Images)

Vita e morte a Pompei ed Ercolano, la mostra del British Museum

Wall painting of the baker Terentius Neo and his wifeSepolte da una catastrofica eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. capace di distruggerle completamente nel giro di 24 ore, Pompei ed Ercolano tornano a rivivere fuori dai confini nazionali dove l’interesse verso l’arte e la cultura dell’epoca romana continua ad essere forte e ad affascinare. Life and death in Pompeii and Herculaneum è l’omaggio di Londra a due delle più fiorenti città romane della costa campana. Dal 28 e fino al 29 settembre 2013 presso il British Musuem sono esposti oltre 250 reperti – la maggior parte dei quali concessi in prestito dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei – frutto delle ricerche archeologiche effettuate quasi 1.700 anni dopo la tragedia. La terribile pioggia di cenere e lapilli fuoriuscita dal vulcano non lasciò scampo alla popolazione, annientando completamente la vita nelle due città.

L’obiettivo dell’esposizione londinese è proprio mostrare un assaggio della vita quotidiana del tempo raccontando attraverso gli oggetti rinvenuti come vivevano i normali cittadini di Pompei ed Ercolano prima dell’eruzione. Usi, costumi e occupazioni della civiltà romana vengono raccontati privilegiando soprattutto il contesto domestico con un occhio di riguardo verso la figura della donna. I reperti emersi dagli scavi archeologici sono frutto della differente collocazione delle due città, le cui diverse posizioni geografiche hanno determinato la conservazione dei materiali sotto la sepoltura. Da un lato Pompei ci ha restituito meravigliosi affreschi, mosaici, statue e calchi dei corpi delle vittime, mentre dall’altra ad Ercolano sono stati preservati parti strutturali di edifici, bassorilievi finemente scolpiti in marmo e pannelli in avorio intagliato in legno.

Per la prima volta nella storia molti dei tesori ritrovati e custoditi lasciano l’Italia per essere ospitati in un altro contesto artistico che sarà sicuramente in grado di apprezzarli e valorizzarli più di quanto non sia stato fatto nel nostro Paese. La recente denuncia del New York Times sul declino di Pompei e questa mostra organizzata dal British Musuem non fanno che confermare ulteriormente quanto sia ricco, importante e appetibile il nostro patrimonio artistico e culturale, del quale troppo spesso ci si dimentica.

Gabriele Rossetti

Parigi-Londra in bicicletta, adesso si può. Tour organizzati dall’Italia

parigi-londraLa bella stagione è ormai (quasi) alle porte e chi può permettersi di lasciare la propria città starà sicuramente cominciando a pensare alle vacanze estive. Mare e montagna rimangono le località turistiche più ambite così come le città d’arte. In particolare le capitali europee, sempre affascinanti e tutte da scoprire. Per chi volesse provare un’esperienza diversa dal solito, da qualche mese è possibile spostarsi da Parigi a Londra (o viceversa) semplicemente a bordo di una bicicletta. Passare dalle splendide campagne francesi ai villaggi rurali inglesi è ora possibile grazie ad un percorso sicuro e dedicato alle due ruote, inaugurato in occasione delle Olimpiadi svoltesi la scorsa estate proprio nella capitale britannica.

Il percorso si chiama Avenue Verte, è sviluppato principalmente lungo piste ciclabili esclusive e si estende anche attraverso corsie riservate a bordo carreggiata e strade di campagna a basso traffico. Prevalentemente pianeggiante e quindi poco faticoso, il tracciato parte dalla capitale francese e passa attraverso la valle della Senna e del fiume Epte fino ad arrivare alla cittadina di Dieppe, sul mare, dove ci si imbarca sul traghetto per superare la Manica. Una volta effettuata la traversata e dopo un meritato riposo è di nuovo tempo di risalire in sella e percorre la Green Way in territorio inglese. Da Newhaven a Londra il percorso si fa più impegnativo a causa di continui sali-scendi tra le colline, ma lo sforzo è senza dubbio compensato dal paesaggio circostante, fatto di verdi prati, località termali e boschi.

La vera novità per gli appassionati del genere consiste nel fatto che è possibile prenotare e organizzare la traversata anche dall’Italia. L’itinerario è promosso da Girolibero, tour operator vicentino specializzato nell’organizzazione di viaggi in bicicletta, che propone diverse soluzioni di viaggio a prezzi differenti. La traversata in bicicletta da Parigi a Londra è suddivisa in otto tappe da percorre in altrettanti giorni. Gli spostamenti non superano i 60 chilometri giornalieri, percorribili in 4 o 5 ore circa, e sono garantiti i pernottamenti in strutture qualificate a partire da due stelle. Un modo nuovo, insomma, per trascorrere una vacanza insolita.

Gabriele Rossetti

Exhibition: la grande arte al cinema, ciclo di serate-eventi da vedere comodamente seduti in poltrona

Exhibition_LOCEventi culturali di alto livello accessibili a chiunque, stando comodamente seduti in poltrona nei cinema di tutto il mondo. L’ultima frontiera di fruizione di ogni forma artistica è arrivata anche in Italia dove, da qualche tempo, il colosso della produzione e distribuzione Nexo Digital ha portato nelle sale cinematografiche spettacoli di ogni genere adattati al grande schermo, rendendoli disponibili ad un pubblico sempre più ampio e variegato. L’ultima iniziativa della società di produzione prende il nome di “Exhibition: la grande arte al cinema” e consiste in un ciclo di eventi unici che porterà gli spettatori alla scoperta del lavoro di grandi pittori del passato.

Il primo appuntamento è in programma giovedì 11 aprile quando nelle sale aderenti all’iniziativa verrà proiettato un documento esclusivo dedicato a Édouard Manet. “Manet: ritratti di vita”, il titolo del documentario, ovvero una sorta di tour virtuale attraverso le opere del pittore francese esposte alla Royal Academy of Arts di Londra. Ad uno storico dell’arte e ai curatori della mostra – che raccoglie più di 50 volti tra cui quello della moglie e di alcuni amici luminari – il compito di raccontare al pubblico i quadri e la vita del pittore, il tutto accompagnato sulle note di Chopin e Schumann.

Il calendario degli eventi di “Exhibition: la grande arte al cinema” proseguirà il 27 giugno con una mostra dal Museo Nazionale di Oslo dedicata al pittore norvegese Edvard Munch, dal titolo “Munch 150”, e si concluderà il 10 ottobre prossimo con la serata-evento intitolata “Vermeer e la musica: l’arte dell’amore e del piacere” che porterà sul grande schermo la mostra dell’artista olandese esposta alla National Gallery di Londra.

Portare l’arte al cinema è ormai diventata una consuetudine: concerti, balletti e mostre hanno fatto registrare un numero impressionante di spettatori in tutto il mondo, oltre ogni aspettativa. L’ultima sorpresa – in termini di pubblico pagante – è stata la mostra “Leonardo Live”, esposizione della National Gallery di Londra portata in più di 1.000 sale cinematografiche del mondo.

Gabriele Rossetti