Vent’anni fa moriva Andrés Escobar, assassinato per un autogol

L'autogol di Andrès Escobar

«Grazie per l’autogol». Un’ultima accusa prima dell’agguato, culminato con dodici – fatali – colpi di pistola. Il 2 luglio di venti anni fa, all’uscita di un locale di Medellin, perdeva tragicamente la vita Andrés Escobar Saldarriaga, difensore dell’Atletico Nacional e della Nazionale colombiana. Ventisette anni e una carriera agonistica in forte ascesa, il calciatore venne ritenuto colpevole dell’eliminazione della Colombia dai Mondiali del 1994 disputatisi negli Stati Uniti e per questo assassinato una volta rientrato in patria. Tutta colpa di un autogol nella partita decisiva contro i padroni di casa, che contribuì a sancire l’esclusione della Nazionale sudamericana dalla Coppa del Mondo.

Dopo aver perso la prima partita del girone eliminatorio contro la Romania, per proseguire il cammino nel Mondiale la Colombia non aveva altro risultato possibile che la vittoria. Un successo contro gli Stati Uniti sembrava alla portata dei Cafeteros, ma così non fu e il dramma – fino a quel momento solo sportivo – cominciò a compiersi al minuto 35 del primo tempo quando Escobar infilò la propria porta deviando in maniera maldestra (e del tutto sfortunata) un cross a centro area di un avversario, prima di rimanere a lungo disteso per terra, incredulo. Nel secondo tempo la Colombia subì anche il raddoppio statunitense e a nulla valsero né il gol della bandiera siglato al novantesimo da Valencia, né tantomeno la vittoria sulla Svizzera nel turno successivo. La Colombia chiuse il proprio girone in ultima posizione, rinunciando anzitempo a qualsiasi sogno di gloria.

Portare un cognome tanto pesante non deve essere semplice per un colombiano. Neanche se sei uno sportivo famoso. Troppo ingombrante l’ombra di un altro Escobar, Pablo, criminale e re del narcotraffico, capo dell’impero della droga a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Il riferimento non è per nulla casuale, perché droga e calcio in Colombia hanno spesso viaggiato sugli stessi binari, mossi da interessi comuni prevalentemente legati agli enormi giri d’affari. Non è un mistero che negli anni ottanta i principali cartelli della droga colombiani fossero coinvolti nella proprietà delle squadre più importanti del Paese. Si trattava del cosiddetto narcofútbol del quale ovviamente faceva parte anche il cartello di Medellin, comandato da Pablo Escobar, che aveva contribuito alle fortune calcistiche della squadra della città; proprio quell’Atletico Nacional nel quale militava Andrés Escobar e che nel 1989 arrivò addirittura a disputare una finale di Coppa Intercontinentale, persa contro il Milan. L’intreccio tra calcio e narcotraffico in Colombia subì dei cambiamenti in seguito all’uccisione di Pablo Escobar, avvenuta nel dicembre del 1993, con il cartello di Cali pronto a prendere in mano un controllo via via maggiore. Così come le decisioni, spesso sfociate in macabra violenza.

L’omicidio di Andrés Escobar, uno dei migliori difensori del Paese, soprannominato El Caballero per quel modo elegante di giocare, ne è forse uno degli episodi più assurdi. Un pretesto per imporre la propria supremazia nei confronti dei rivali, Andrés Escobarmostrando senza alcuna remora il limite fino a cui si è disposti a spingersi. Stando alle cronache del tempo, Andrés Escobar venne “sacrificato” su decisione di un clan di scommettitori (legati presumibilmente al cartello di Cali) che aveva puntato ingenti somme di denaro sulla qualificazione della Colombia agli ottavi del Mondiale. Circa un anno dopo l’agguato, Humberto Munoz Castro, guardia del corpo di due esponenti del gruppo dei PEPES, coinvolti in diversi traffici illegali e in lotta con il cartello di Medellin, venne condannato a quarantatré anni e cinque mesi di reclusione per essere stato riconosciuto come responsabile dell’omicidio di Escobar ma venne scarcerato nel 2005 per buona condotta.

A distanza di vent’anni non sono ancora del tutto chiare le cause di quel terribile quanto inspiegabile omicidio. Certo è che quell’episodio segnò il declino del narcofùtbol, lasciando il posto ad un movimento, quello calcistico colombiano, più pulito e meno ricco. Di denaro, ma non di talento. La Nazionale colombiana è infatti una delle rivelazioni del Mondiale 2014 e proverà a confermare quanto di buono fatto vedere finora da James Rodriguez e compagni nella sfida più ostica contro i padroni di casa del Brasile, super favoriti per la vittoria finale. La Colombia giocherà inoltre per onorare la memoria di Andrés Escobar, con la speranza che il suo sacrificio non venga dimenticato e che un autogol non sia mai più causa di violenze.

Gabriele Rossetti

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Mondiali, i minatori cileni in uno spot a sostegno della Nazionale

minatori cileni

La forza di un popolo la si riconosce (spesso) a margine di grandi avvenimenti. Tragici o epici che siano. Negli ultimi anni c’è un popolo che ha saputo dimostrare la propria forza dovendo fronteggiare quella che avrebbe potuto essere un’immensa tragedia, ma che fortunatamente si è conclusa con un finale epico. È la terribile storia dei 33 minatori cileni, rimasti intrappolati per 69 giorni a 700 metri di profondità dentro una miniera di oro e rame di San José, nel nord del Cile. La vicenda fece presto il giro del mondo e da quel 5 agosto del 2010 le sorti dei minatori vennero raccontate quotidianamente, alimentando ad ogni latitudine un senso di angoscia che svanì solamente il 13 ottobre, giorno in cui si conclusero, in diretta televisiva, le complicate operazioni di salvataggio.

I cileni non hanno certo dimenticato quei 69 giorni di dolore ma, anzi, hanno acquisito da quell’evento ulteriore forza, determinazione e attaccamento alle proprie radici. Valori che tornano utili in questi giorni, alla viglia dei Mondiali di calcio in Brasile. «Para un chileno nada es imposible», vanno ripetendo come un mantra, alimentando ancor di più l’orgoglio nazionale a sostegno della Nazionale. Inserita in un girone di ferro con Spagna, Olanda e Australia, la Roja (così viene definita la squadra, in virtù della divisa ufficiale) farà il suo esordio al Mondiale venerdì 13 giugno e a cominciare dalla partita contro gli australiani avrà l’arduo compito di non deludere le aspettative di un intero popolo. Per motivare i calciatori in vista della rassegna più importante a livello planetario e fargli sentire il sostegno di tutto il Paese, il Banco de Chile, la seconda banca più grande dello Stato sudamericano, ha realizzato una pubblicità a dir poco suggestiva con testimonial d’eccezione i 33 minatori, assurti loro malgrado a eroi nazionali. Chi meglio di loro per infondere coraggio ai giocatori della selección alla vigilia di un appuntamento tanto atteso?

«La Spagna è difficile? L’Olanda è difficile? Niente è difficile, non ci intimidisce il gruppo della morte», dice Mario Sepúlveda, uno dei minatori, che nello spot fa riferimento al girone dei Mondiali in cui è stato inserito il Cile. Girata nel deserto di Atacama proprio fuori dalla miniera in cui rimasero intrappolati i minatori, la pubblicità ha toni e contorni epici; musica incalzante, montaggio accurato e immagini di repertorio della tragedia sfiorata sono gli ingredienti di una resa perfetta. Nello spot i minatori raccolgono la sabbia del deserto con la quale riempiono dei contenitori da consegnare simbolicamente agli altri protagonisti della Nazione. Quei calciatori nei quali sono racchiuse le speranze di riscatto di un Paese che non teme nulla, neanche la morte. «Non ci importa la morte! Perché la morte l’abbiamo già vinta una volta!».

Gabriele Rossetti

La storia di Rooie Marck, tifoso del Feyenoord che ha realizzato l’ultimo desiderio prima di morire

Rooie MarckChi pensa che i tifosi delle squadre di calcio sappiano contraddistinguersi solamente per la loro violenza si sbaglia di grosso. La piaga degli hooligans è purtroppo un fenomeno esistente ad ogni latitudine che va combattuto, ma vi sono alcuni casi in cui gli ultras dimostrano di avere cuore e sensibilità fuori dal comune che li portano a compiere gesti indimenticabili, spinti dalla passione incondizionata per lo sport e per i colori che onorano ogni settimana allo stadio. L’ultima pagina di umanità legata al mondo del calcio è stata scritta circa un mese fa a Rotterdam, in Olanda. Protagonisti i tifosi del Feyenoord ed in particolare Rooie Marck, storico membro della curva al quale era stato diagnosticato un tumore incurabile.

Da sempre sostenitore della squadra, prima di abbandonarsi al proprio destino il 54enne Rooie aveva un ultimo desidero: vedere ancora una volta il suo Feyenoord allo stadio De Kuip (“La Vasca”), luogo di mille battaglie sportive. Impossibile non accontentarlo e così i suoi amici, in collaborazione con la società, sono riusciti ad organizzargli una giornata memorabile in occasione del primo allenamento della stagione 2013/2014.

La curva gremita ha reso omaggio al compagno di avventura che da bordo campo si è goduto lo spettacolo in suo onore fatto di cori e fumogeni, passione e calore. Sceso dalla barella sulla quale era costretto, Rooie ha potuto incontrare i giocatori e lo staff tecnico della squadra e non ha saputo trattenere le lacrime quando dalle gradinate hanno srotolato uno striscione che lo ritraeva con la classica maglia verde, la sua preferita, quella utilizzata dal club nel 1970 quando vinse la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale.

Sorretto dagli amici Rooie si è avvicinato alla curva che intonava il suo nome e la celebre You’ll never walk alone, divenuta negli anni un inno sportivo a tutti gli effetti soprattutto in Inghilterra. Incredulo e visibilmente commosso, Rooie ha più volte battuto il pugno sul petto, all’altezza del cuore, in segno di riconoscenza tra gli applausi del pubblico, accorso allo stadio per esaudire l’ultimo desiderio di un amico.

L’ultimo, perché per quanto emozionante la vicenda di Rooie Marck non è a lieto fine; l’uomo si è spento tre giorni dopo quella splendida dimostrazione di affetto da parte degli ultras, spesso bistrattati ma mai come in questo caso capaci di scrivere una storia unica.

Gabriele Rossetti

Mai più gol fantasma, la svolta nel calcio arriva dall’Inghilterra

gol fantasma hurstLondra, 30 luglio 1966, finale Mondiale tra Inghilterra e Germania Ovest. L’attaccante inglese Geoffe Hurst controlla il pallone nel cuore dell’area di rigore, si gira e scarica il destro con violenza: traversa piena e palla che tocca la linea di porta e rimbalza prima di essere messa in calcio d’angolo da un difensore tedesco. L’arbitro indica la bandierina del corner ma il guardalinee lo richiama e lo convince ad assegnare il gol all’Inghilterra. È il 3-2 per i padroni di casa che chiuderanno l’incontro con un’altra rete (questa sì regolare) di Hurst e alzando al cielo la Coppa di Campioni del Mondo. Ma è anche e soprattutto uno dei primi episodi di gol fantasma documentati nella storia del calcio. Sicuramente uno dei più discussi. Ancora oggi, infatti, non è chiaro se il pallone abbia varcato o meno la linea di porta. Nessun replay è stato finora in grado di fornire una verità di fatto, alimentando un dibattito infinito che ha generato solamente discussioni e polemiche.

Nel corso degli anni si sono verificati altri episodi analoghi: alcuni più evidenti, altri meno, ma a distanza di 47 anni proprio l’Inghilterra è pronta a voltare pagina mettendo una volta per tutte fine ai gol non gol. Nella prossima stagione sportiva la Football Association introdurrà l’”occhio di falco“, uno strumento tecnologico già utilizzato in altre discipline (per esempio nel tennis) che mediante l’installazione di telecamere è in grado di stabilire in tempo reale se la palla ha effettivamente superato la linea di porta. Niente più gol fantasma dunque, che vuol dire niente più discussioni in campo, sugli spalti e fuori, una volta terminata la partita.

La decisione presa dalla Federazione inglese segue di qualche giorno quella della Fifa che aveva ufficializzato l’introduzione di un altro strumento tecnologico – ribattezzato GoalControl – che verrà testato durante lo svolgimento della Confederations Cup, in programma il prossimo giugno in Brasile. Una svolta epocale per il calcio che in caso di approvazione ed efficacia del mezzo dimostrerebbe di essere al passo con i tempi e metterebbe fine a episodi che rischiano di falsare partite e (a volte) interi campionati ma anche alle tante, troppe parole che arricchiscono inutilmente i post partita. Soprattutto quelli italiani.

Gabriele Rossetti

Napoli, Fabio Cannavaro scende in campo per la Città della Scienza

cannavaro«La Città della Scienza è bruciata e noi giochiamo, per ricostruirla!». Con queste poche parole, postate sul suo account ufficiale di Twitter, Fabio Cannavaro ha annunciato non soltanto il ritorno in campo ma soprattutto il suo impegno concreto per far rinascere dalle proprie ceneri un luogo simbolo della sua città, andato distrutto dalle fiamme. L’incendio che lo scorso 4 marzo ha devastato quasi completamente la Città della Scienza di Napoli non ha lasciato indifferente l’ex Pallone d’Oro che sempre dalle pagine del social network fa sapere di voler organizzare una partita d’addio allo Stadio San Paolo con uno scopo ben preciso.

«Ho il desiderio ed il dovere di fare tutto quanto mi è possibile per contribuire a ricostruire la Città della Scienza!», scrive l’ex capitano della Nazionale campione del mondo. «Ci sarà una partita al San Paolo una sera del mese di maggio con tanti amici che hanno giocato con me e contro di me». “Cannavaro & Friends per la Città della Scienza”: un evento benefico dal sicuro ritorno economico – l’incasso sarà devoluto – e mediatico al quale la città partenopea sarà chiamata a rispondere in massa, nel tentativo di dare una mano per la ricostruzione del polo della divulgazione scientifica e culturale.

Nei prossimi giorni Cannavaro si rivolgerà alle istituzioni cittadine e ai vertici del Napoli Calcio ai quali chiederà la massima collaborazione per la realizzazione dell’evento. L’ex difensore non aveva intenzione di disputare una partita per dare il suo addio al calcio giocato ma quanto successo al complesso di Bagnoli evidentemente deve avere cambiato le cose, risvegliando lo spirito di Cannavaro, grande uomo prima che grande campione.

Gabriele Rossetti

Francesco, il Papa argentino tifoso del San Lorenzo de Almagro

papa tifosoL’elezione di Jorge Mario Bergoglio come primo Pontefice sudamericano della storia ha colto tutto il mondo di sorpresa. Cuore argentino e sangue italiano, non stupisce invece venire a conoscenza della grande passione di Papa Francesco per il calcio, passione per altro condivisa con ogni suo connazionale. E forse non è un caso che l’arcivescovo di Buenos Aires faccia il tifo per una squadra che porta il nome di un santo. Sì, perché il nuovo Papa ha una spiccata devozione per il San Lorenzo de Almagro, non il più conosciuto ma di certo uno dei club più forti e blasonati del campionato argentino.

La polisportiva del quartiere Boedo di Buenos Aires venne fondata agli inizi del ‘900 con il nome di Los Forzos de Almagro e solo otto anni dopo prese l’attuale denominazione in onore di Lorenzo Massa, prete salesiano che tolse dalla strada i ragazzi appartenenti al club a seguito di un incidente nel quale rimase coinvolto un giovane, investito da un tram. Giocare per strada diventava sempre più pericoloso a causa del crescente traffico e così il parroco decise di ospitare le partite nel cortile dell’oratorio della sua parrocchia, a patto che i giocatori seguissero la messa ogni domenica.

Potrebbe essere stata proprio la storia della società ad avvicinare Papa Francesco al San Lorenzo, il cui tifo per i colori rossoblu è ampiamente documentato. In occasione del centenario del club (nel 2008) Jorge Mario Bergoglio ricevette in dono una targa commemorativa e una maglia della squadra autografata da tutti i giocatori. L’attuale Pontefice dichiarò inoltre di non essersi perso nemmeno una partita nel 1946, stagione nella quale il San Lorenzo vinse il campionato. Nel 2011, invece, con il San Lorenzo sull’orlo del fallimento, Bergoglio celebrò una messa in onore della squadra e del suo fondatore ma già in passato aveva celebrato numerose funzioni nella cappella del club.

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Tra le varie notizie riguardanti Jorge Mario Bergoglio e la sua passione per lo sport è spuntata anche una curiosità, documentata da una tessera di appartenenza al club che testimonia una volta di più la devozione del Papa per il San Lorenzo, che nel 2008 gli rilasciò la tessera di socio. Nel giorno dell’elezione a Pontefice il club ha voluto rendergli omaggio attraverso il proprio sito internet definendolo “Papa Cuervo” in riferimento ai “corvi”, appellativo dato ai tifosi del San Lorenzo.

Gabriele Rossetti

Il Milan e l’inguaribile sindrome da remuntada… al contrario

asLa remuntada tanto temuta e puntualmente subita dal Milan in un Camp Nou stracolmo di tifosi blaugrana ed entusiasmo (ri)porta alla luce una delle peggiori lacune tecniche e psicologiche della squadra rossonera, ovvero l’incapacità di gestire sostanziosi vantaggi in campo europeo. La sonora sconfitta (4-0) contro il Barcellona, preso per mano da uno straordinario Lionel Messi, è infatti solo l’ultimo di una serie di episodi che hanno segnato in maniera negativa la gloriosa storia del Milan nelle competizioni europee. Ferite che i tifosi rossoneri vorrebbero dimenticare ma che si riaprono ogni qual volta la loro squadra si scioglie al cospetto di formazioni in grado di aggredirle e ribaltare risultati tutt’altro che scontati, ma pur sempre difficili da agguantare. Vere e proprie imprese al contrario che hanno contribuito ad intaccare la condizione di un Milan malato, a cui evidentemente non è ancora stata trovata una cura adeguata.

I primi sintomi a livello europeo risalgono al 19 marzo 1996, giorno del ritorno dei quarti di finale della Coppa Uefa che fu. Il Milan scende in campo a Bordeaux, forte del 2-0 maturato nella partita di andata ma cade inspiegabilmente sotto i colpi di Tholot e Dugarry (doppietta) e le giocate d’autore di un ancora semisconosciuto Zinedine Zidane. Era il Milan allenato da Capello che in rosa poteva contare su nomi prestigiosi quali – tra gli altri – Baresi, Maldini, Roberto Baggio e Weah. È l’inizio della sindrome da rimonta al contrario o remuntada (per dirla alla catalana), se preferite.

Sindrome che prosegue e torna a manifestarsi per la prima volta anche in Champions League, nell’aprile del 2004. Il Milan di Ancelotti, campione in carica della massima competizione europea, vola a La Coruña per il ritorno dei quarti di finale. In virtù del 4-1 ottenuto all’andata a San Siro, la partita contro il Deportivo padrone di casa dovrebbe essere una formalità per i ragazzi di Ancelotti, invece succede l’irreparabile. Gli spagnoli giocano una partita perfetta e vincono 4-0, estromettendo a sorpresa la squadra data ampiamente come favorita. La mente di dirigenti, giocatori e tifosi rossoneri torna inequivocabilmente alla maledetta serata di Bordeaux, ma ancora non sanno quali altri malanni incombono.

Al peggio però non c’è mai fine e solamente un anno più tardi il Milan torna a fare i conti con i fantasmi del passato. Questa volta in una partita secca, da dentro o fuori. Questa volta nella partita che vale una carriera, una stagione e un posto di diritto negli almanacchi: la finale di Champions League. Nella storia il Milan ci finisce ugualmente, per colpa di un secondo tempo scellerato durante il quale Shevchenko e compagni sprecano incredibilmente tre (!) gol di vantaggio facendosi rimontare dal Liverpool. In soli sei minuti della ripresa gli inglesi rispondono colpo su colpo al gol di capitan Maldini e alla doppietta di Crespo, portando il match prima ai tempi supplementari e poi ai calci di rigore. Il Milan è fisicamente stanco e mentalmente svuotato e la sconfitta dagli undici metri è la conseguenza più logica seppur drammatica.

La fatale notte di Instanbul è stata per anni analizzata in ogni dettaglio e sotto ogni punto di vista psicologico ma, come detto, non sembra esserci antidoto adeguato per curare il male che affligge il Milan e che lo porta ciclicamente a subire batoste umilianti. L’ultima, in ordine cronologico, quella contro un Barcellona frettolosamente bollato come in crisi e dato per spacciato anche dai sempre attenti bookmakers inglesi. Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, recita l’adagio. Forse a Milanello dovrebbero inciderlo sui muri dello spogliatoio.

Gabriele Rossetti

Bruno Fernandes, confessione choc e condanna per morte dell’amante

bruno fernandesLa notizia rimbalza dal Brasile nella Giornata Internazionale della Donna e fa ancora più rumore per la crudezza della confessione. Bruno Fernandes de Souza, ex portiere del Flamengo, mette fine ad anni di indagini della polizia locale rivelando di essere a conoscenza di ogni dettaglio relativo alla scomparsa della sua amante Eliza Samudio. Attualmente detenuto e sotto processo, il ventottenne non ha confessato l’omicidio della ragazza – dalla quale ha avuto un figlio – ma ha ammesso di sapere che la donna è stata uccisa nel giugno 2010 ed il suo corpo dato in pasto ai cani, mentre alcuni resti sono stati murati all’interno di una casa per far sparire il cadavere.

Fernandes è dunque stato riconosciuto come il mandante dell’omicidio e la macabra confessione gli ha permesso di ottenere un notevole sconto di pena; in base alle accuse l’ex portiere rischiava fino a 41 anni di carcere mentre la sentenza emessa dal tribunale di Contagem, nella regione di Belo Horizonte, lo ha condannato a 22 anni e 3 mesi di reclusione. Di questi, 17 anni e 6 mesi sono stati comminati per l’omicidio, 3 anni e 3 mesi per il sequestro di Bruninho, il figlio avuto dalla donna e che Fernandes rifiutava di riconoscere, e un anno e sei mesi per occultamento di cadavere. Stando a quanto si apprende dal Brasile pare che il giocatore, già sposato, non gradisse la gravidanza della sua amante al punto di chiederle ripetutamente – e invano – l’aborto contro la sua volontà. E proprio l’aver portato regolarmente a termine la gravidanza potrebbe essere costata la vita alla venticinquenne Eliza Samudio.

La triste vicenda del calciatore brasiliano, definito dal giudice che ha emesso la sentenza una persona “fredda, violenta e falsa”, rimanda inevitabilmente ad un altro recente caso di violenza sulle donne commesso da uno sportivo, ovvero l’omicidio di Reeva Steenkamp avvenuto per mano del suo fidanzato, l’atleta paralimpico sudafricano Oscar Pistorius, nella notte di San Valentino.

Gabriele Rossetti

Marijuana FC, la squadra di “spinellati” allenata da Mancini

marjiuana fcAi giornalisti inglesi non sfugge mai nulla e prima o poi, anche a distanza di anni, presentano il conto con la loro consueta dose di irriverenza. Lo sa bene l’attuale allenatore del Manchester City Roberto Mancini che per colpa di  un’intervista rilasciata circa dieci anni fa alla trasmissione televisiva Le Iene, nella quale confessava di aver fumato «una o due canne in gioventù», nelle ultime ore è finito suo malgrado nel mirino della rivista Loaded.  Il magazine britannico dedicato agli uomini ha infatti pensato di stilare una formazione composta esclusivamente da giocatori che nel corso della loro carriera hanno ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti.

Spetta dunque al tecnico italiano l’onere di “guidare” la  Marijuana Fc – così ribattezzata – che tra i suoi titolari non può certo vantare calciatori dall’elevato livello tecnico. A cominciare da Gino Couthino, portiere olandese dell’ADO Den Haag, condannato a sei mesi con la condizionale e a 240 ore di servizi sociali perché gestiva una fabbrica della cannabis. Sei mesi di sospensione e multa per l’attaccante dello Zambia Harry Milanzi, otto mesi di stop invece per il centrocampista inglese Lee Bowyer. Peggio è andata all’ecaudoregno Michael Arroyo che se l’è cavata con due anni di reclusione per aver fatto uso di hashish, mentre il colombiano Wilder Medina è stato squalificato per un anno solamente dopo essere stato trovato positivo alla marijuana per la quarta volta. E poi ancora il difensore inglese Jamie Stuart, il centrale uzbeko Anzur Ismailov, il centrocampista sudafricano Mbulelo Mabizela e l’esterno polacco Euzebiusz Smolarek, soprannominato non a caso “The Hash Bomber”.

Completano l’undici titolare due giocatori più famosi come gli attaccanti Chris Armstrong, primo calciatore della Premier League ad essere trovato positivo (nel 1995) alla droga quando indossava la maglia del Crystal Palace, e Jose Baxter, assurto alle cronache nel 2008 per aver battuto il record di Wayne Rooney come più giovane esordiente nelle fila dell’Everton. Questi i convocati da Loaded per far parte della Marijuana FC, ma chissà quanti altri ce ne sarebbero, anche in Italia…

Gabriele Rossetti

Totti da record, raggiunto Nordahl a quota 225 gol in Serie A

[Fonte: Ansa]I record, si sa, sono fatti per essere battuti. Quello che ha stabilito Francesco Totti ha però dell’incredibile. Segnando su calcio di rigore l’1-0 contro il Genoa (gara poi terminata 3-1), il capitano e uomo simbolo della Roma ha eguagliato lo svedese Gunnar Nordahl a quota 225 gol in Serie A. Cifre stratosferiche che proiettano Totti al secondo posto della classifica dei marcatori di tutti i tempi nel massimo campionato italiano, primo in quella dei giocatori ancora in attività.

Catapultato da Boskov nel calcio dei grandi a soli sedici anni – l’esordio in serie A è datato 28 marzo 1993 -, dopo quattro lustri di carriera e 525 partite disputate solamente in campionato, il Pupone non ha alcuna intenzione di smettere. Non adesso che ha conquistato con sacrificio un risultato così prestigioso e che lo ha già portato ad alzare l’asticella in vista del prossimo obiettivo personale.

«Smetterò quando raggiungerò Piola», ha detto scherzosamente Totti. Già, perché è proprio il bomber degli anni ’30-’40 a guidare la classifica con 274 gol, 49 in più di Totti. Un traguardo che difficilmente il capitano della Roma riuscirà a raggiungere e superare. Giunto alla soglia dei 37 anni il fantasista giallorosso ha ancora davanti a sé un paio di stagioni ad alto livello, ma non è detto che l’impresa sia del tutto impossibile.

Il primo gol in Serie A lo segnò al Foggia il 4 settembre 1994. Da quel giorno Francesco Totti non si è più fermato e a suon di reti è diventato non soltanto un idolo indiscusso per i tifosi romanisti ma anche un’icona del calcio italiano in tutto il mondo. Rigori, punizioni, colpi di testa, conclusioni violente, cucchiai: questo il repertorio di un giocatore straordinario, esemplare professionista che ha giurato fedeltà alla maglia della Roma e con la quale si è finora tolto grosse soddisfazioni. Fino al prossimo record.

Gabriele Rossetti