Kurt Cobain e la drammatica lettera indirizzata a “Boddah”

Kurt CobainL’8 aprile 1994 il corpo di Kurt Cobain viene ritrovato nella serra, vicino al garage, nella sua casa di Seattle. A scoprire il cadavere del leader dei Nirvana è Gary Smith, un elettricista della Veca Electric, giunto nella villa sul lago Washington per installare un’illuminazione di sicurezza. Accanto al corpo senza vita del cantante vengono trovati un fucile a pompa (acquistato dall’amico di Cobain nonché frontman degli Earth, Dylan Carlson), una scatola di sigari, contenente alcune siringhe e altri strumenti utilizzati per il consumo di eroina, e una lettera, infilzata con una penna dentro una fioriera. Una missiva scritta poco prima del suicidio (l’autopsia stabilì che con tutta probabilità la morte era avvenuta il 5 aprile). Una sorta di addio dal contenuto drammatico, diretto all’amico immaginario della sua infanzia, “Boddah”.

Nella lettera emerge chiaramente tutta la sensibilità di Kurt Cobain, una delle rockstar più amate di sempre che però ammette di non riuscire più ad emozionarsi per la musica, sentendosi per questo in colpa. Il cantante confessa di amare troppo la gente, talmente tanto da sentirsi «fottutamente triste» e mostra quasi un pizzico di invidia nei confronti di uno come Freddie Mercury – citato nella lettera – che invece adorava il suo lavoro e traeva energia dal suo pubblico. Inoltre non mancano numerosi riferimenti alla moglie Courtney Love e alla figlia Frances che «sarà molto più felice senza di me». La lettera d’addio di Kurt Cobain è però ricordata dai più soprattutto per uno degli ultimi passaggi nel quale viene citata la celebre frase «È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente», contenuta nella canzone My My, Hey Hey (Out of the Blue) di Neil Young.

«Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere un bimbo lamentoso. Questa lettera dovrebbe essere abbastanza semplice da capire. Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, come l’etica dell’indipendenza e della comunità si sono rivelati esatti. Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento alzarsi forte l’urlo del pubblico, non provo quello che provava Freddie Mercury, che si sentiva inebriato dalla folla, ne traeva energia e io l’ho sempre ammirato e invidiato per questo. Il fatto è che non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza).

Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo coinvolto e intrattenuto tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Sono troppo sensibile. Ho bisogno di stordirmi per ritrovare quell’entusiasmo che avevo da bambino. Durante gli ultimi tre nostri tour sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i fan della nostra musica, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e credo di amare troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile, ingrato, pezzo dell’uomo Gesù! Perché non ti diverti e basta? Non lo so. Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda di quando ero come lei, pieno di amore e gioia.

(Frances, ndr)Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.

Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.

Ti prego Courtney tieni duro, per Frances.

Per la sua vita, che sarà molto più felice senza di me.

VI AMO. VI AMO.»

A vent’anni dalla sua scomparsa Kurt Cobain è ancora oggi un’icona della musica, capace di influenzare artisti, generi e le culture giovanili in tutto il mondo. Nonostante la sua breve vita e la sua ancor più breve carriera, il chitarrista e fondatore dei Nirvana è entrato di diritto nella Rock and Roll Hall of Fame, lasciando tracce indelebili di sé. Come la lettera a “Boddah”.

Gabriele Rossetti

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“Transformers”, ritratti di musicisti rivoluzionari in mostra alle OGR di Torino

transformersRaccontare attraverso le immagini la forza di trasformazione di ventisei artisti che hanno scritto la storia della musica nella seconda metà del Novecento. Musicisti rivoluzionari che grazie alla loro personalità e al loro carisma hanno saputo conquistare palcoscenici e opinione pubblica cambiando il panorama musicale e non solo. A loro è dedicata la mostra “Transformers. Ritratti di musicisti rivoluzionari” che ha aperto i battenti sabato 28 settembre presso i Cantieri OGR (Officine Grandi Riparazioni) di Torino. Non una semplice mostra, quella organizzata dalla Società Consortile OGR-CRT e curata dal cronista musicale Alberto Campo, ma un vero e proprio “viaggio emotivo” all’interno della storia della musica. L’esposizione è ovviamente incentrata sul tema della trasformazione e non a caso è stata scelta come sede un luogo di trasformazione per antonomasia come i Cantieri OGR, simbolo della Torino postindustriale, oggi centro di sperimentazione e produzione delle discipline contemporanee ma un tempo fabbrica nella quale venivano costruiti e riparati i treni.

Il percorso espositivo è composto da settantotto fotografie (concesse da Getty Images) che ritraggono la vita pubblica e privata di ventisei artisti unici: da Elvis Presley a David Bowie, da Jimi Hendrix ai Doors, da Madonna a Bob Dylan, dai Radiohead ai Daft Punk. Il viaggio della mostra parte dagli anni Cinquanta, con l’avvento della “società di massa”, lasciando che siano le fotografie e le icone immortalate a raccontare il preciso momento storico nel quale si sono affermate. Dagli albori della pop music si passa alla canzone di protesta, alla British Invasion, al riscatto afroamericano e all’epopea degli hippies, senza tralasciare il rock teatrale, il punk, la world music, la rivoluzione elettronica, l’hip hop, la stagione della videomusica, il grunge e la techno, sino ad arrivare ai giorni nostri con la forte influenza del web e delle tecnologie digitali.

Le fotografie principali della mostra ritraggono gli artisti durante gli eventi live ed ogni immagine è corredata da una didascalia e da un apparato fotografico complementare che punta a svelare una dimensione confidenziale del personaggio. L’intento del curatore Alberto Campo è infatti di mostrare gli artisti «sotto due luci differenti»: quella pubblica, ovvero sul palco, nel bel mezzo di una performance, e quella privata, più intima, atta a svelare il lato umano e familiare di ogni protagonista rappresentato.

Gabriele Rossetti

“Il volto del ‘900”, in mostra a Milano i ritratti più celebri del XX secolo

ritratto di dedie Rivivere il XX secolo attraverso i capolavori di artisti dell’epoca che si sono cimentati con il tema della raffigurazione umana, soffermandosi, ognuno con il proprio stile inconfondibile, principalmente sullo studio del viso. Si presenta così “Il volto del ‘900. Da Matisse a Bacon. Capolavori dal centre Pompidou“, l’esposizione allestita a Palazzo Reale di Milano fino al 9 febbraio 2014. La mostra propone oltre ottanta lavori – tra ritratti, autoritratti e sculture – di altrettanti artisti celebri quali Modigliani, Matisse, Bonnard, Picasso e Bacon; opere d’arte mai esposte in Italia perché custodite al Musée National d’Art Moderne Centre Pompidou di Parigi da cui proviene lo stesso curatore della mostra, Jean-Michel Bouhours. «Volevo mostrare le principali tematiche storico-filosofiche sulla rappresentazione del volto nel XX secolo – ha commentato Bouhours presentando la mostra -. Una rappresentazione che è antica come l’arte che mirava, in fondo, a dare un aspetto all’assenza».

Attraverso i capolavori esposti, la mostra intende rappresentare il mutamento negli stili e nei caratteri della ritrattistica avvenuto nel corso del Novecento di pari passo con i continui cambiamenti della società. L’esposizione è divisa in cinque sezioni: si comincia con “Il mistero dell’anima” che presenta opere dalla forte valenza psicologica dando molto risalto alla figura femminile di inizio secolo. Il percorso prosegue con la sezione “Autoritratti”, nella quale emerge in maniera netta la differenza di stili tra i vari artisti (si passa infatti da Magritte a Severini, da Villon a Bacon). Un elemento ben visibile anche nel terzo spazio espositivo intitolato “Faccia e forme” dove, oltre ai dipinti, la figura umana scomposta è rappresentata dai capolavori scultorei di Lipchitz e Mirò. “Caos e disordine” è il penultimo step del percorso, dedicato all’imperfezione della figura umana, ben rappresentata nei lavori di Bacon e Giacometti. La visita si conclude con “Il ritratto dipinto dopo la fotografia”, quinta ed ultima sezione che presenta immagini ad altissimo impatto espressivo.

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Sin dall’antico Egitto il ritratto ha avuto una funzione fondamentale per l’umanità che però ha cessato di esistere quasi totalmente con l’avvento della fotografia. E proprio a seguito di quella eccezionale innovazione gli artisti hanno dovuto esternarsi dalla realtà e provare a “guardare oltre”, costretti ad inventarsi nuovi metodi di rappresentazione, non soltanto della figura umana, con l’obiettivo di fermare il tempo. Perché come dice il curatore della mostra, Jean-Michel Bouhours, «il ritratto è il contrario del tempo, è un tentativo di congiurare contro il tempo».

Gabriele Rossetti

«I have a dream»: 50 anni fa lo storico discorso di Martin Luther King

martin luther king28 agosto 1963. Anche cinquant’anni fa era di mercoledì e quel giorno 250mila persone si radunarono al Lincoln Memorial di Washington per partecipare alla marcia per il lavoro e la libertà (For Jobs and Freedom). Una grande manifestazione politica a sostegno dei diritti civili ed economici per gli afroamericani, organizzata da Philip A. Randolph, sindacalista militante, e dal pacifista Bayard Rusting, omosessuale dichiarato con un passato da comunista. Sul palco intervennero sindacalisti, leader religiosi, protagonisti dei movimenti, artisti e attivisti. Tra questi anche il pastore protestante Martin Luther King, capo del Southern Christian Leadership Conference, che prese la parola per pronunciare uno dei discorsi divenuti simbolo della storia americana e, più in generale, di tutta l’umanità. Un discorso memorabile preparato in ogni minimo dettaglio per ricordare a tutta la nazione che, cento anni dopo l’Editto di emancipazione degli schiavi firmato dal presidente Abraham Lincoln, i neri d’America erano ancora considerati cittadini di serie b.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

Davanti ad una folla incantata Martin Luther King continua a leggere ma poi decide di andare a braccio per esprimere i concetti chiave. Chissà quante volte ha preparato quel discorso, o forse non ha semplicemente bisogno di riguardare quelle parole scritte di getto a tutela della sua comunità, la comunità afroamericana. Fino al passaggio cruciale e a quell’«I have a dream», pronunciato una, due, tre, quattro, cinque, sei volte, come un mantra di speranza.

Ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza.

Quel sogno che cambiò il corso della storia è ancora vivo? Forse sì e la testimonianza arriva dalle migliaia di persone che in questi giorni si sono riunite a Washington, proprio al National Mall, per commemorare quella data e quelle parole, tanto forti quanto purtroppo ancora attuali, anche a cinquant’anni di distanza. «Non è il momento delle commemorazioni nostalgiche. E non è il momento delle autocelebrazioni – ha commentato il figlio maggiore di King, Martin Luther King III -. Il lavoro non è finito. Il viaggio non è completato. Possiamo e dobbiamo fare di più».

Gabriele Rossetti

Collisioni, torna il festival di musica e letteratura tra le colline di Barolo

collisioni_baroloIncastonato tra le colline delle Langhe e circondato da numerosi vigneti che rendono unico il paesaggio, da qualche anno il piccolo paesino di Barolo, poco più di 700 abitanti in provincia di Cuneo, fa parlare di sé non soltanto per il vino pregiato che porta il suo nome ma anche per un’altra eccellenza tutta locale. Si tratta di Collisioni, una manifestazione culturale nata dalla voglia di un gruppo di giovani di condividere le loro passioni letterarie sfociata nell’organizzazione di happening tra le colline cuneesi. La prima sede di questi incontri fu Novello, altro paesino della zona che si animò di una vita sociale a cui nessuno lì era abituato prima. Da quell’inaspettato successo nacque l’idea di realizzare un festival a basso costo, finanziato dalla Regione Piemonte e dalle donazioni di privati che con il passare degli anni ha coinvolto un numero sempre più grande di artisti: scrittori, registi, comici e musicisti. Fino allo scorso anno, quando quel festival sconosciuto in un paese sconosciuto riuscì nell’impresa di ospitare niente meno che i concerti di Bob Dylan (unica tappa italiana) e Patti Smith.

L’ultima edizione ha portato a Barolo circa ottantamila persone che nei tre giorni di festival hanno affollato le 5 piazze del paese nelle quali si sono svolti incontri, installazioni artistiche, performance musicali e teatrali. Un’esperienza unica che ha conquistato il pubblico anche grazie alle prelibatezze culinarie della zona. Un’esperienza che gli organizzatori cercheranno di rendere ugualmente indimenticabile dal 5 al 9 luglio per la quinta edizione che già si preannuncia calda, come i nomi che compongono il cast della manifestazione. Due su tutti, Elton John (martedì 9 luglio) e Jamiroquai (venerdì 5) che per le uniche date italiane dei loro rispettivi tour hanno preferito Barolo e le Langhe a San Siro piuttosto che all’Ippodromo delle Capannelle.

Nomi internazionali di primo livello ai quali vanno aggiunti i nostri Elio e le Storie Tese, Gianna Nannini, Fabri Fibra, Marta sui Tubi, Tre Allegri Ragazzi Morti. Questo per quanto riguarda i concerti e la parte musicale ma, come detto, Collisioni è anche letteratura che vedrà come protagonisti Ascanio Celestini, Ian McEwan, David Grossman, Vida Naipaul, Margherita Hack, Valerio Massimo Manfredi, Giuseppe Tornatore, Oliviero Toscani, Daria Bignardi, Lilli Gruber, Serena Dandini e il leader dei Negramaro Giuliano Sangiorgi a cui verrà assegnato il Premio Giovani di Collisioni per il suo romanzo d’esordio “Lo Spacciatore di Carne”.

Fatta eccezione per i grandi concerti i costi di ingresso saranno come sempre popolari per consentire a chiunque di partecipare agli eventi, la maggior parte dei quali per forza di cose avranno luogo contemporaneamente nelle piazze del paese: una di queste sarà interamente dedicata alla cultura enogastronomica piemontese. Con il Progetto Giovani, inoltre, il festival Collisioni ospiterà gratuitamente 300 ragazzi da tutta Italia che daranno sfogo alla propria creatività sui palchi musicali off, nei laboratori di scrittura, nelle arti di strada, nelle web radio, e nelle installazioni artistiche. Ospiti d’onore saranno i ragazzi dell’Emilia Romagna, colpiti dal terremoto.

Gabriele Rossetti

Art Everywhere, opere d’arte sui cartelloni pubblicitari della Gran Bretagna

Lucian Freud, Man’s Head (Self Portrait I), 1963, Whitworth Art GalleryL’arte accessibile a tutti e visibile passeggiando liberamente per… le strade della Gran Bretagna. È il progetto Art Everywhere attraverso il quale il Regno Unito punta a diventare la più grande galleria d’arte pubblica al mondo. L’iniziativa benefica è promossa da Innocent Drinks in collaborazione con Tate Modern ed Art Fund e coinvolge tutta la popolazione che potrà scegliere ed esprimere le proprie preferenze circa gli artisti e le opere che vorrà vedere esposte lungo le vie di tutta la nazione. Più precisamente sui cartelloni pubblicitari sparsi per il territorio britannico. Dal 10 al 25 agosto le strade della Gran Bretagna prenderanno le sembianze di un immenso museo a cielo aperto nelle quali si potranno ammirare vere e proprie opere artistiche al posto delle comuni pubblicità.

«Portare immagini come queste sulle nostre strade servirà a stimolare il dibattito sull’identità inglese, e sulle caratteristiche e le qualità della British Art», ha commentato Nicholas Serota, direttore della Tate Modern. Un dibattito che si aprirà già con la scelta – attraverso una votazione online – delle opere da riprodurre sui cartelloni pubblicitari. Il popolo britannico sarà infatti il vero curatore della “mostra” e a partire dal 24 giugno potrà esprimere le preferenze su una gamma di 100 nomi e 50 opere. Unica discriminante: la scelta, che sarà circoscritta alla sola arte inglese.

Saranno invece circa quindicimila i punti nei quali verranno affisse le opere  le cui stampe saranno finanziate dal pubblico attraverso un processo di crowdfunding disponibile sul sito del progetto. «L’arte è per tutti – ha sottolineato Damien Hirst, tra gli artisti che sostengono l’iniziativa – e tutti coloro che hanno accesso ad essa ne trarranno beneficio».

Attraverso questo progetto gli organizzatori si pongono come obiettivo di avvicinare sempre più gente all’arte e alla cultura, offrendo un ulteriore stimolo per spostarsi dalle strade all’interno delle gallerie o dei musei.

Gabriele Rossetti

Pinterest dà il via libera alle foto di nudo, purché siano artistiche

pinterest logoMentre la maggior parte dei social network si appresta a definire nuove strategie per limitare la diffusione di contenuti che possano risultare offensivi, ce n’è uno che naviga in controtendenza ed è pronto a dare il via libera alle fotografie senza veli. Nudo sì, purché si tratti di foto artistiche. Questa la nuova “linea editoriale” di Pinterest, piattaforma digitale dedicata alla condivisione di immagini e video che cede così alle pressioni di artisti e fotografi professionisti. Una piccola rivoluzione che – siamo certi – verrà ben accolta anche dai milioni di utenti sparsi in tutto il mondo che dal 2010, anno di fondazione, contribuiscono quotidianamente al successo del social network.

«Siamo nati per consentire di esprimere le passioni – si giustifica l’azienda -. La gente è appassionata d’arte, inclusi i nudi». Fondato da Ben Silbermann, Paul Sciarra e Evan Sharp, il nome Pinterest deriva dall’unione delle parole inglesi pin (appendere) e interest (interesse) e permette agli utenti registrati di creare bacheche virtuali attraverso le quali gestire e raccogliere immagini in base ai gusti personali o temi predefiniti.

L’apertura al nudo avviene proprio mentre Facebook introduce regole più severe per migliorare la sua policy di moderazione online in seguito alle lamentele di numerose aziende alle quali non andava giù di veder accostato il proprio nome, con tanto di pubblicità (a pagamento), a messaggi o immagini offensive. Il discorso sembra invece essere differente per Pinterest che fino ad ora non consentiva in nessun modo la pubblicazione di foto senza veli, neanche relative ad un nudo parziale. Ciò vuol però dire che sulla piattaforma non potevano circolare nemmeno fotografie di opere d’arte come, per esempio, la Maja desnuda di Goya, la Venere di Milo o il David di Michelangelo.

Un distinguo, in tal senso, andava forse fatto molto tempo prima ma tant’è. Resta da capire quale sarà il criterio attraverso cui una fotografia verrà giudicata come più o meno artistica.

Gabriele Rossetti

Record Store Day, la giornata internazionale dei negozi di dischi

Record Store Day 2013Come ogni anno, dal 2007 in avanti, il terzo sabato del mese di aprile si celebra in tutto il mondo il Record Store Day. La giornata internazionale dedicata alla musica ma più in particolare ai negozi di dischi e al loro valore culturale e sociale. Un valore che – a malincuore – si sta pian piano perdendo vuoi per l’elevato costo degli album imposto dalle case discografiche che hanno allontanato sempre più gli appassionati dai negozi, vuoi per il boom della fruizione di musica digitale che di fatto ha contribuito alla cessazione dell’attività di innumerevoli esercizi commerciali. Tralasciando l’aspetto della digitalizzazione non si può negare il fascino del supporto fisico di cd e vinili che è sempre stato e sempre rimarrà immutabile.

L’Italia non poteva certo esimersi dal festeggiare una giornata tanto importante per la musica e quest’anno sono in programma eventi e manifestazioni nelle città più importanti, storicamente molto attive a livello musicale. A Milano, Roma, Bologna, Torino, Napoli e Firenze sarà infatti possibile partecipare e assistere alle performance di alcuni artisti ma anche a mostre d’arte e proiezioni di film che avranno come tema principale i negozi di dischi. Per l’occasione, nei negozi che aderiscono all’iniziativa si potranno acquistare cd e vinili in edizione limitata e altri prodotti promozionali e pubblicazioni inedite creati appositamente per l’evento e per il mercato dei collezionisti. Per la prima volta nel nostro Paese verrà inoltre proiettato nelle città sopra elencate il film ufficiale della rassegna: “Last Shop Standing – The Rise, Fall and Rebirth of the Independent Record Shop” diretto da Pip Piper ed ispirato dal libro omonimo di Graham Jones che ripercorre l’ascesa dei negozi musicali indipendenti a partire dagli anni ’60.

L’ambasciatore internazionale di questa edizione sarà il frontman dei White Stripes Jack White che per l’occasione darà alle stampe una nuova edizione dell’album “Elephant” in vinile, ma sono tanti gli artisti che hanno deciso di realizzare materiale inedito per la rassegna: Bob Dylan, David Bowie, Pink Floyd, Cure, Rolling Stones, King Crimson, Sigur Ros, Moby, Mark Lanegan, XX e il gruppo indie folk Mumford & Sons che sta spopolando anche da noi.

Nato negli Stati Uniti il Record Store Day si è subito diffuso in tutto il mondo con il solo scopo di difendere e tutelare la vendita di musica fissata su supporti fisici riconoscendo l’importanza dei negozi di dischi indipendenti, veri e proprio luoghi di culto. Luoghi che stanno scomparendo ma che nel corso degli anni hanno svolto un ruolo fondamentale nel sociale, divenendo simbolo di aggregazione e condivisione tra le persone.

Sì, sì, lo so, è più facile scaricare musica e probabilmente costa anche di meno. Ma cosa suona nel vostro download store quando ci entrate? Niente, ecco. E chi incontrerete? Nessuno. Dove sono le pareti sulle quali trovare bigliettini in cui si offrono appartamenti da condividere e posti liberi in band destinate alla superstardom? Chi vi dirà di smettere di ascoltare quello e iniziare ad ascoltare quest’altro? Andate avanti e risparmiate un po’ di soldi per voi stessi. Quei risparmi vi costeranno una carriera, un set di amici fichi, un gusto musicale e, alla fine, la vostra anima. I negozi di dischi non vi salveranno la vita. Ma ve la renderanno migliore. [Nick Hornby – Alta Fedeltà]

Gabriele Rossetti