Ristrutturata la biblioteca Vijesnica di Sarajevo, simbolo della ricchezza culturale distrutto durante la guerra

biblioteca sarajevo

La facciata restaurata della biblioteca di Sarajevo (Afp/Barukcic)

Sarajevo si trovava sotto assedio già da qualche mese quando, nella notte tra il 25 ed il 26 agosto 1992, l’esercito della Republika Srpska attaccò con bombe e cannonate la Vijesnica, sede della biblioteca nazionale di Bosnia ed Erzegovina. Uno dei simboli della ricchezza culturale del paese veniva devastato, distrutto dai bombardamenti e dalle fiamme indomabili che in poche ore divorarono milioni di libri ed ogni altro materiale prezioso (documenti, mappe, manoscritti, fotografie) custodito all’interno dell’edificio in stile moresco. Un patrimonio inestimabile che i vigili del fuoco, i dipendenti della biblioteca e numerosi volontari cercarono di mettere al sicuro nonostante i continui attacchi dei cecchini; solamente un decimo dei volumi contenuti nella struttura riuscì a sfuggire al rogo.

Ventidue anni e 11,5 milioni di euro dopo, la biblioteca nazionale è tornata a risplendere grazie ad una lunga ristrutturazione avvenuta in diverse fasi. I primi lavori di restauro dell’edificio iniziarono nel 1996 mentre l’ultima fase, finanziata in gran parte dall’Unione Europea, si è conclusa qualche mese fa quando la biblioteca è stata restituita ai cittadini. «Fa parte della loro identità», ha dichiarato il giorno dell’inaugurazione il sindaco di Sarajevo Ivo Komsic.

Incendiata e parzialmente distrutta dagli assedianti serbi durante la guerra, la Vijesnica è stata ricostruita in maniera quasi fedele tanto all’esterno quanto all’interno e oltre ad una parte del patrimonio librario della biblioteca nazionale sarà anche sede dell’amministrazione comunale e del Museo di Sarajevo. A dimostrazione che la storia non può essere cancellata.

Gabriele Rossetti

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La beffa delle false “Teste di Modì” torna in auge in una canzone di Caparezza

Le false Teste di ModìTrent’anni fa la città di Livorno si apprestava a rendere omaggio ad uno dei suoi figli più illustri, organizzando una mostra celebrativa per il centenario della nascita di Amedeo Modigliani. Oltre ad allestire lo spazio espositivo del Museo Progressivo di Arte Moderna con alcuni lavori dell’artista, per l’occasione la direttrice del museo decise di provare a dare un fondo di verità alla leggenda che da anni circolava tra i livornesi secondo la quale, nel 1909, Modigliani – di rientro da Parigi per un’esposizione temporanea – su consiglio di alcuni amici artisti avrebbe gettato tre sculture nel canale nei pressi di piazza Cavour. Grazie ad un ingente finanziamento il Comune avviò le operazioni di dragaggio dei Fossi Medicei e il 24 luglio, una settimana dopo l’inizio dei lavori, avvennero i primi due sorprendenti ritrovamenti ai quali ne seguì un terzo, datato 10 agosto 1984. Dalle acque del canale emersero infatti tre blocchi di pietra arenaria sui quali erano incisi tre volti, con uno stile che ad un primo sguardo rimandava a quello, inconfondibile, delle opere più famose di Modigliani.

La notizia creò immenso stupore e venne accolta con esaltazione da giornalisti e critici d’arte che si recarono in città per documentare da vicino l’evento e valutare l’autenticità delle “Teste di Modì”. Livorno divenne improvvisamente “capitale dell’arte” e non tardarono ad arrivare giudizi critici di ogni tipo. In molti non esitarono un solo istante nell’attribuire la paternità delle Gli autori di una delle testeopere a Modigliani mentre altri rimasero più cauti, ma si trattava di una minoranza che rimase tale. Dall’euforia per il ritrovamento, ben presto si passò alla delusione mista a rabbia quando iniziò a diffondersi un’altra notizia clamorosa; l’autore dei blocchi di pietra non era affatto Modigliani, bensì tre ragazzi livornesi che rilasciarono un’intervista ad un quotidiano rivendicando la paternità di una delle tre “opere”. I tre studenti, all’epoca dei fatti poco più che ventenni, dichiararono di aver realizzato la scultura con un semplice trapano e di averla gettata nel canale proprio nei giorni in cui iniziarono le ricerche. «Continuavano a non trovare niente – disse uno di loro facendo riferimento alle operazioni di dragaggio -, così abbiamo deciso di fargli trovare qualcosa».

Quella che sembrava a tutti gli effetti una scoperta sensazionale si rivelò in realtà una beffa eclatante. Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Pierfrancesco Ferrucci (questi i nomi degli autori della beffa) si presero gioco delle istituzioni e di numerosi critici d’arte e vennero addirittura invitati dalla Rai a riprodurre – in prima serata e in diretta tv – la scultura per dimostrare le loro reali qualità. Il falso venne nuovamente riprodotto dai tre ragazzi davanti alle telecamere e qualche giorno più tardi uscì allo scoperto anche l’autore delle altre due teste: trattasi di Angelo Froglia, un portuale livornese appassionato di arte che spiegò di aver agito per rivalsa nei confronti dei giudizi della critica. «Il mio intento – rivelò Froglia – era quello di evidenziare come attraverso un processo di persuasione collettiva, attraverso la Rai, i giornali, le chiacchiere tra persone, si potevano condizionare le convinzioni della gente».

A distanza di trent’anni la beffa delle teste di Modigliani non è stata per nulla dimenticata, ma anzi torna in auge grazie ad un artista a tutto tondo come Caparezza (al secolo Michele Salvemini) che nel suo ultimo album Museica, ispirato proprio al mondo dell’arte, dedica alla vicenda una canzone intitolata proprio “Teste di Modì”.

Il 24 luglio ricade la ricorrenza del ritrovamento della seconda testa realizzata dai tre ragazzi livornesi (oggi cinquantenni) che compaiono nel video ufficiale della canzone di Caparezza, il quale ha voluto così omaggiare quel gesto: «Quello scherzo sublime inceppò, seppur involontariamente, i meccanismi del mondo dell’arte. Per tanti fu subito stizza, per me fu subito amore». Nel testo della canzone Caparezza utilizza il suo solito linguaggio tagliente per scagliarsi contro la critica e, più in generale, l’opinione pubblica, che allora come oggi viene condizionata e influenzata dai mass media al punto di far passare per vero qualcosa che in realtà non lo è.

Gabriele Rossetti

Kurt Cobain e la drammatica lettera indirizzata a “Boddah”

Kurt CobainL’8 aprile 1994 il corpo di Kurt Cobain viene ritrovato nella serra, vicino al garage, nella sua casa di Seattle. A scoprire il cadavere del leader dei Nirvana è Gary Smith, un elettricista della Veca Electric, giunto nella villa sul lago Washington per installare un’illuminazione di sicurezza. Accanto al corpo senza vita del cantante vengono trovati un fucile a pompa (acquistato dall’amico di Cobain nonché frontman degli Earth, Dylan Carlson), una scatola di sigari, contenente alcune siringhe e altri strumenti utilizzati per il consumo di eroina, e una lettera, infilzata con una penna dentro una fioriera. Una missiva scritta poco prima del suicidio (l’autopsia stabilì che con tutta probabilità la morte era avvenuta il 5 aprile). Una sorta di addio dal contenuto drammatico, diretto all’amico immaginario della sua infanzia, “Boddah”.

Nella lettera emerge chiaramente tutta la sensibilità di Kurt Cobain, una delle rockstar più amate di sempre che però ammette di non riuscire più ad emozionarsi per la musica, sentendosi per questo in colpa. Il cantante confessa di amare troppo la gente, talmente tanto da sentirsi «fottutamente triste» e mostra quasi un pizzico di invidia nei confronti di uno come Freddie Mercury – citato nella lettera – che invece adorava il suo lavoro e traeva energia dal suo pubblico. Inoltre non mancano numerosi riferimenti alla moglie Courtney Love e alla figlia Frances che «sarà molto più felice senza di me». La lettera d’addio di Kurt Cobain è però ricordata dai più soprattutto per uno degli ultimi passaggi nel quale viene citata la celebre frase «È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente», contenuta nella canzone My My, Hey Hey (Out of the Blue) di Neil Young.

«Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere un bimbo lamentoso. Questa lettera dovrebbe essere abbastanza semplice da capire. Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, come l’etica dell’indipendenza e della comunità si sono rivelati esatti. Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento alzarsi forte l’urlo del pubblico, non provo quello che provava Freddie Mercury, che si sentiva inebriato dalla folla, ne traeva energia e io l’ho sempre ammirato e invidiato per questo. Il fatto è che non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza).

Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo coinvolto e intrattenuto tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Sono troppo sensibile. Ho bisogno di stordirmi per ritrovare quell’entusiasmo che avevo da bambino. Durante gli ultimi tre nostri tour sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i fan della nostra musica, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e credo di amare troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile, ingrato, pezzo dell’uomo Gesù! Perché non ti diverti e basta? Non lo so. Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda di quando ero come lei, pieno di amore e gioia.

(Frances, ndr)Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.

Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.

Ti prego Courtney tieni duro, per Frances.

Per la sua vita, che sarà molto più felice senza di me.

VI AMO. VI AMO.»

A vent’anni dalla sua scomparsa Kurt Cobain è ancora oggi un’icona della musica, capace di influenzare artisti, generi e le culture giovanili in tutto il mondo. Nonostante la sua breve vita e la sua ancor più breve carriera, il chitarrista e fondatore dei Nirvana è entrato di diritto nella Rock and Roll Hall of Fame, lasciando tracce indelebili di sé. Come la lettera a “Boddah”.

Gabriele Rossetti

World Radio Day, giovedì 13 febbraio la giornata indetta dall’UNESCO

world radio dayGiovedì 13 febbraio si celebra il World Radio Day, la giornata indetta dall’UNESCO per sottolineare l’importanza dell’emittente radiofonica come strumento per migliorare la cooperazione internazionale e per incoraggiare le emittenti affinché promuovano la libertà di accesso all’informazione, la libertà di espressione e il rispetto per le diverse culture.

L’iniziativa, nata in seguito ad una richiesta da parte dell’Accademia Spagnola della Radio, è stata ufficialmente approvata il 3 novembre 2011 dalla 36esima Conferenza Generale dell’UNESCO ed è basata sul principio fondamentale di aumentare la consapevolezza nei confronti del ruolo fondamentale ricoperto dalla radio all’interno del tessuto sociale odierno o, per dirla con Marshall McLuhan, del villaggio globale. La radio è infatti riconosciuta come un mezzo di comunicazione a basso costo, adatto per raggiungere chiunque in ogni angolo del Mondo e offrire un sano dibattito pubblico, a prescindere dal livello di istruzione delle persone coinvolte. Tuttavia, si legge sul sito ufficiale dell’evento, ad oggi circa un miliardo di persone non ha accesso alla radio.

La radio tocca intimamente, personalmente, quasi tutti in quanto presenta un mondo di comunicazioni sottintese tra l’insieme scrittore-speaker e l’ascoltatore. Il suo aspetto è proprio questo: è un’esperienza privata. Le sue profondità subliminali sono cariche degli echi risonanti di corni tribali e di antichi tamburi. Ciò è insito nella natura stessa del medium, per il suo potere di trasformare la psiche e la società in un’unica stanza degli echi. [Marshall McLuhan]

Il focus della terza edizione del World Radio Day sarà incentrato sulle donne nella radio; verranno celebrate le figure femminili che hanno contribuito a far nascere, arricchire e sviluppare un mezzo di comunicazione di massa in continua evoluzione. La giornata mondiale della radio promossa dall’ente delle Nazioni Unite ricorre ogni 13 febbraio, giorno dell’anniversario della fondazione della radio dell’ONU, datata 1946.

Gabriele Rossetti

Google Cultural Institute promuove il Made in Italy e i suoi casi di maggior successo

Google Cultural Institute Made in Italy

Scoprire i tesori nascosti, le passioni e le tradizioni del Made in Italy. Da oggi è possibile esplorare le eccellenze del nostro Paese grazie al più importante motore di ricerca del mondo che intende promuovere la cultura e diffondere il marchio di fabbrica italiano attraverso la piattaforma Google Cultural Institute dedicata, appunto, al Made in Italy.

Il progetto, realizzato in collaborazione con Unioncamere e il Ministero delle Politiche Agricole, prevede una serie di percorsi espositivi digitali che consentono ai “visitatori” di conoscere alcuni prodotti tipici della tradizione alimentare e artigianale italiana. Dal prosciutto San Daniele al vetro di Murano, dal Parmigiano Reggiano all’arte presepiale partenopea; tutto elencato in rigoroso ordine cronologico e corredato da foto, video, descrizioni e documenti storici. L’interfaccia grafica del portale si presenta semplice e chiara e permette di individuare sulla mappa dell’Italia a quale territorio fanno riferimento i vari prodotti promossi dall’iniziativa.

Il progetto del Google Cultural Institute dedicato al Made in Italy prevede inoltre una sezione a sé stante denominata “Casi di successo” che rimanda al sito eccellenzeindigitale.it e si rivolge direttamente alle imprese online. Il sito si divide a sua volta in due sezioni, “Competenze per il web” e “Supporto sul Territorio”; nella prima – realizzata insieme a Symbola e all’Università Ca’ Foscari di Venezia – vengono presentati gli strumenti per valorizzare le eccellenze italiane tramite il web e raggiungere livelli competitivi, mentre nella seconda viene raccontato l’apporto fornito da Google e Unioncamere per far emergere le imprese sul web e non solo.

Gabriele Rossetti

“Al Cortile”: la prima biblioteca condominiale di Roma, nel quartiere Trastevere

bibliotecaLuoghi di raccolta, di studio, ma anche di incontro e socializzazione. Queste e molte altre le funzioni delle biblioteche, spazi dall’immenso fascino che spesso si rivelano vere e proprie ancore di salvezza alle quali aggrapparsi per staccare dalla frenesia dell’ambiente esterno. Negli ultimi anni la (drastica) situazione dei beni culturali in Italia non ha tralasciato nemmeno questo settore; tante le biblioteche costrette a chiudere per mancanza di fondi e personale, troppe quelle abbandonate a se stesse per gli identici motivi.

In questo mare di desolazione c’è però un’isola felice. Un luogo in cui «l’individualismo non è gradito», nato dalla passione e dalla volontà di semplici cittadini che hanno deciso di farsela in casa una biblioteca. O meglio, all’interno del condominio in cui vivono. Succede a Roma nel rione Trastevere, dove da qualche mese è stata inaugurata “Al Cortile“, la prima biblioteca condominiale della Capitale, ricavata all’interno della sala riunioni di uno stabile in via Giovanni da Castel Bolognese 30. L’idea di dare vita ad uno spazio comune da condividere con gli altri è venuta ad un paio di residenti che poco prima della scorsa estate hanno affisso un messaggio sulla bacheca del palazzo: «Cari condomini, stiamo pensando di creare una biblioteca condominale nella sala riunioni, cerchiamo libri e scaffalature in regalo. Chi ci aiuta?».

L’idea tanto semplice quanto geniale ha trovato l’apprezzamento degli altri condomini che nel giro di poco tempo hanno contribuito in ogni modo a dare forma al progetto che prevede anche l’organizzazione di eventi culturali. Una volta (ri)sistemata la sala nel seminterrato si è passati alla catalogazione dei libri, suddivisi per materie e categorie: storia, geografia, letteratura, poesia, filosofia, psicologia, ma anche una sezione dedicata a bambini e ragazzi.

Inaugurata a giugno, la biblioteca “Al Cortile” funziona come ogni altra biblioteca pubblica (con tanto di regolamento ferreo circa la consultazione ed il prestito dei libri) e sta pian piano prendendo piede in tutto il quartiere facendosi conoscere attraverso manifesti, volantini e al sempre efficace passaparola.

Gabriele Rossetti

 

Vhils sceglie Torino per lasciare la sua impronta a colpi di scalpello

vhils torinoGigantografie di volti campeggiano sui muri di alcune città. Visi di persone più o meno note ritratti sulle facciate degli edifici che ad un primo sguardo potrebbero sembrare dipinte. Niente affatto, perché in realtà sono dei veri e propri bassorilievi realizzati a colpi di scalpello. Questo è il marchio di fabbrica del giovane artista portoghese Vhils, al secolo Alexandre Farto, che da qualche anno è riuscito a ritagliarsi un posto di rilievo nel sempre più affollato mondo della street art. Classe 1987, Vhils ha studiato alla University of the Arts di Londra città dalla quale ha cominciato a farsi conoscere. Il talento ha fatto il resto e dalla capitale britannica – dove nel 2008 ha scolpito un volto accanto a un’opera di Banksy – ha spiccato il volo lasciando la sua impronta in giro per il mondo: Lisbona (sua città natale), Parigi, Las Vegas, Rio De Janeiro e, da qualche giorno, Torino. Lo street artist portoghese è infatti sbarcato nel capoluogo sabaudo nell’ambito del progetto NizzArt (organizzato dall’associazione URBE) per il quale ha realizzato una gigantografia sulla facciata laterale di un condominio in Via Nizza, al civico 50.

L’opera d’arte ha richiesto due giorni di lavoro e rappresenta «Una delle tante persone qualunque incontrate e fotografate durante un viaggio in Messico». Dopo aver utilizzato una base di vernice bianca per delineare i lineamenti del viso, Vhils ha preso in mano lo scalpello tratteggiando accuratamente le ombre e le rughe del volto raffigurato. Un lavoro complesso, dispendioso e dal valore inestimabile.

“Scratching the surface”, così è denominata la tecnica utilizzata da Vhils che nel corso della sua (giovane) carriera ha saputo creare un proprio tratto distintivo che gli ha permesso di essere accostato ai più grandi street artist del mondo.

Gabriele Rossetti

Da Parigi a Torino, il viaggio nel mondo di Renoir in mostra alla GAM

renoir - la balançoireVisioni paesaggistiche, figure borghesi e popolane, ritratti di amici e bambini, decorazioni floreali, nudi femminili. Parte dell’attività artistica di uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo lascia momentaneamente Parigi e approda a Torino per dare vita ad un allestimento del tutto inedito. Il viaggio nel mondo di Pierre-Auguste Renoir fa tappa alla GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea) nell’ambito di “Torino incontra la Francia”, progetto culturale promosso dal capoluogo piemontese in collaborazione con il Musée d’Orsay. E proprio dalle collezioni del museo parigino (e dal Musée de l’Orangerie) giungono in prestito sessanta capolavori del pittore, in mostra fino al 23 febbraio. Quattro mesi per ammirare da vicino il lavoro – e la sua complessa evoluzione – dell’artista, attivo tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento.

Suddivisa in nove sezioni l’esposizione mette in evidenza l’indiscussa qualità della tecnica pittorica di Renoir e i diversi temi affrontati durante la sua vita e tramutati in arte. Definito e riconosciuto da molti esclusivamente come «pittore della spensieratezza e della gioia di vivere», Renoir fu invece un artista capace di sperimentare, confrontarsi con le novità del periodo storico e stravolgere le classiche regole della rappresentazione.

La mostra (che ha riscosso il successo del pubblico ancor prima di aprire i battenti con oltre 12 mila prenotazioni) si apre con la sezione intitolata L’età della Bohème, nella quale vengono presentati ritratti di amici e uno dei primi nudi e prosegue con Des femmes passent dans la rue, galleria di ritratti femminili tra cui spiccano “Madame Darras”, “La liseuse” e “Giovane donna con veletta”. Il pezzo forte della terza sezione, La recherche heureuse du côté moderne, è senza dubbio il meraviglioso “La balançoir”, mentre nel quarto spazio espositivo, Le métier de paysagiste, si possono ammirare dieci opere realizzate in en plein air. La visita continua le sezioni Infanzia, Le Jeunes filles au piano, Beau comme un tableau de fleurs, Le nu, forme indispensable de l’art, e si conclude con L’eredità delle Bagnanti, dove campeggia l’omonimo dipinto considerato il testamento pittorico di Renoir, donato nel 1923 dai figli allo Stato francese.

I quadri esposti alla GAM sono stati selezionati dall’ampia produzione artistica del pittore francese nella quale il cappello è un elemento ricorrente. Protagonista della moda francese della Belle Epoque, il corpicapo (soprattutto quello femminile) era una delle passioni di Renoir e rappresenta il filo conduttore del percorso espositivo.

Gabriele Rossetti

Canaletto torna a Venezia, mostra temporanea unica ma a prezzi folli

canaletto Per allestire una mostra di rilievo non è detto che vi sia bisogno di esporre un numero spropositato di opere. Ci sono alcuni (rari) casi in cui basta un solo capolavoro per creare un evento unico. È quanto succederà tra circa un mese con una delle più importanti opere di Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come Canaletto, che dopo duecentosettanta anni torna nel luogo in cui ebbe origine per dare vita ad una esperienza irripetibile. Venezia è pronta ad accogliere L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute, considerato tra i lavori più riusciti del pittore vedutista vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Per ottenere la massima aderenza e coerenza con il paesaggio da rappresentare il pittore veneziano era solito avvalersi della camera ottica, utilizzata anche per la creazione di questo meraviglioso dipinto che raffigura uno scorcio del Canal Grande con le immancabili gondole e una veduta della Basilica della Salute ed è stato realizzato come ex voto della città per la salute ritrovata dopo l’ennesima pestilenza. La prospettiva è quella che si ha da una finestra del loggiato dell’Abbazia di San Gregorio, il luogo in cui venne realizzato il quadro e lo stesso nel quale verrà nuovamente esposto. Proveniente dalla Collezione Terruzzi, l’opera sarà infatti allestita dal 10 novembre al 27 dicembre (con orario continuato 24 ore su 24) negli spazi dell’Abbazia, di proprietà della famiglia Buziol.

«Più che una mostra vuol essere soprattutto un’esperienza emozionale», fanno sapere gli organizzatori che non a caso hanno programmato l’esposizione nel periodo in cui in città si festeggia la Madonna della Salute. Un video realizzato dal regista e sceneggiatore Francesco Patierno introdurrà l’opera dell’artista veneziano ai visitatori dell’esposizione che, però, non sarà alla portata di chiunque. Per accedere alle sale dell’Abbazia di San Gregorio bisognerà infatti prenotarsi ma, soprattutto, essere disposti a sborsare cifre stellari. L’unica nota stonata è proprio rappresentata dal costo dei biglietti: da un minimo di 35 euro a testa per una visita diurna di gruppo (otto persone) si passa ai 50 euro a testa per una visita notturna sempre di gruppo. Il prezzo sale e di molto per chi è intenzionato ad ammirare l’eccezionale dipinto in solitaria: in questo caso il costo è di 280 euro per la visita diurna e 400 euro per quella notturna.

Il ritorno del Canaletto a Venezia è merito della famiglia Buziol, in particolare dei giovani fratelli Silvia e Giampaolo che nel 2010 visitarono la mostra “Canaletto e i suoi rivali” presso la National Gallery di Londra. Tra le opere esposte c’era anche L’entrata nel Canal Grande dalla Basilica della Salute che li colpì per quella veduta così familiare e che ha portato i Buziol a voler allestire la mostra proprio in quel luogo. Il capolavoro di Canaletto venne realizzato tra il 1740 ed il 1745 in tre copie pressoché identiche, una delle quali è di proprietà delle Collezioni Reali della Regina Elisabetta II. Non la copia in questione che invece lasciò Venezia quando venne acquistata da una famiglia nobiliare inglese che in seguito la cedette al Duca di Kent. L’ultimo passaggio di consegne avvenne nell’aprile del 1970 quando l’opera venne battuta all’asta da Sotheby’s a Londra, finendo nelle mani dell’attuale proprietà che prima di riportarla finalmente a Venezia ha consentito che venisse esposta temporaneamente al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, al Vittoriano di Roma, a Palazzo Reale a Milano e al Museo Maillol di Parigi.

Gabriele Rossetti

“Better out than in”, la street art di Banksy sui muri di New York

banksy-new-yorkSi chiama “Better out than in” (Meglio fuori che dentro) ed è l’ultimo, originalissimo, progetto dell’esponente di spicco della street art mondiale. Parliamo ovviamente di Banksy, il misterioso writer inglese che da qualche giorno è sbarcato a New York per esprimere e condividere ancora una volta tutto il proprio talento. Non una semplice toccata e fuga; la tappa dell’artista di Bristol nella Grande Mela durerà almeno tutto il mese di ottobre, durante il quale realizzerà quotidianamente i suoi lavori sui muri della città. New York si trasformerà dunque in una galleria d’arte a cielo aperto, pronta ad ospitare una “mostra a puntate” quanto mai insolita.

Qualsiasi opera realizzata al chiuso, in uno studio, non sarà mai superiore ad una realizzata all’esterno. [Paul Cézanne]

Non sarà una mostra a tutti gli effetti ma poco ci manca perché l’artista, la cui identità è tuttora ignota, ha voluto corredare ogni opera con tanto di audio guida, proprio come se fosse ospitata in un qualsiasi museo. Accanto ad ogni lavoro è infatti dipinto un numero di telefono che una volta composto rimanda alle spiegazioni e alle curiosità relative alla realizzazione dell’opera in questione. Il progetto è stato presentato dallo stesso artista sul proprio sito internet (banksy.co.uk) e viene costantemente aggiornato, garantendo a chiunque non abbia la fortuna di trovarsi a New York di poter ammirare i murales realizzati e di ascoltare online l’audio guida. È inoltre possibile seguire il percorso dell’artista sui principali social network attraverso l’hashtag #banksyny.

banksy_ny1Il primo lavoro, intitolato “The street is in play”, è stato realizzato martedì 1 ottobre ad Allen Street, Chinatown, e ritrae due ragazzini che si aiutano, uno sulla schiena dell’altro, per raggiungere una bomboletta spray posta all’interno di un cartello che riporta la scritta «I graffiti sono un crimine». Stando alle cronache recenti il murales sarebbe stato danneggiato dopo appena un giorno e ricoperto con una mano di vernice bianca e la scritta «Sweaty palms made me lose the love of my life».

banksy_nyLa seconda opera è invece comparsa su una serranda nel Westside ed altro non è che una frase: «This is my New York accent» che rimanda al carattere di scrittura che contraddistingue la maggior parte dei graffiti sparsi sui muri delle città, non soltanto di quelle americane. A completamento dell’opera un’altra frase «… normally I write like this», scritta con un font decisamente più asciutto, composto ed elegante. Insomma, un lavoro irriverente in puro stile Banksy.

banksy_ny2Il “percorso espositivo” dell’artista britannico prosegue a Midtown dove in data 3 ottobre è stato realizzato l’ultimo – solo per il momento – lavoro che raffigura un cane con la zampa posteriore alzata, intento ad espletare i propri bisogni contro un idrante. Il tocco di genio di Banksy sta principalmente nel pensiero attribuito all’idrante circa il suo (istantaneo) rapporto di “completezza” con l’animale.

Fortunatamente ottobre è appena cominciato e ci sarà quasi un mese di tempo per seguire l’ambizioso progetto di Banksy per le strade di New York ed assistere ad altri capolavori unici. Impossibile non appassionarsi.

Gabriele Rossetti

“Transformers”, ritratti di musicisti rivoluzionari in mostra alle OGR di Torino

transformersRaccontare attraverso le immagini la forza di trasformazione di ventisei artisti che hanno scritto la storia della musica nella seconda metà del Novecento. Musicisti rivoluzionari che grazie alla loro personalità e al loro carisma hanno saputo conquistare palcoscenici e opinione pubblica cambiando il panorama musicale e non solo. A loro è dedicata la mostra “Transformers. Ritratti di musicisti rivoluzionari” che ha aperto i battenti sabato 28 settembre presso i Cantieri OGR (Officine Grandi Riparazioni) di Torino. Non una semplice mostra, quella organizzata dalla Società Consortile OGR-CRT e curata dal cronista musicale Alberto Campo, ma un vero e proprio “viaggio emotivo” all’interno della storia della musica. L’esposizione è ovviamente incentrata sul tema della trasformazione e non a caso è stata scelta come sede un luogo di trasformazione per antonomasia come i Cantieri OGR, simbolo della Torino postindustriale, oggi centro di sperimentazione e produzione delle discipline contemporanee ma un tempo fabbrica nella quale venivano costruiti e riparati i treni.

Il percorso espositivo è composto da settantotto fotografie (concesse da Getty Images) che ritraggono la vita pubblica e privata di ventisei artisti unici: da Elvis Presley a David Bowie, da Jimi Hendrix ai Doors, da Madonna a Bob Dylan, dai Radiohead ai Daft Punk. Il viaggio della mostra parte dagli anni Cinquanta, con l’avvento della “società di massa”, lasciando che siano le fotografie e le icone immortalate a raccontare il preciso momento storico nel quale si sono affermate. Dagli albori della pop music si passa alla canzone di protesta, alla British Invasion, al riscatto afroamericano e all’epopea degli hippies, senza tralasciare il rock teatrale, il punk, la world music, la rivoluzione elettronica, l’hip hop, la stagione della videomusica, il grunge e la techno, sino ad arrivare ai giorni nostri con la forte influenza del web e delle tecnologie digitali.

Le fotografie principali della mostra ritraggono gli artisti durante gli eventi live ed ogni immagine è corredata da una didascalia e da un apparato fotografico complementare che punta a svelare una dimensione confidenziale del personaggio. L’intento del curatore Alberto Campo è infatti di mostrare gli artisti «sotto due luci differenti»: quella pubblica, ovvero sul palco, nel bel mezzo di una performance, e quella privata, più intima, atta a svelare il lato umano e familiare di ogni protagonista rappresentato.

Gabriele Rossetti

La Spagna vuole cambiare orario, proposto in Parlamento il ritorno al fuso di Greenwich

gmt Possibile ritorno al passato in Spagna. Tranquilli, non si tratta di alcun esperimento e neppure di una rivisitazione della trilogia di Robert Zemeckis in salsa iberica, bensì di una proposta che, qualora venisse approvata, potrebbe stravolgere drasticamente le abitudini della popolazione riportandole indietro di settant’anni. Una rivoluzione sociale in tutto e per tutto basata solamente sull’orario. Più precisamente sul cambio di orario. Proprio in questi giorni il governo spagnolo si è visto recapitare una proposta ben precisa: lasciare l’attuale fuso e tornare a quello “originario” che si usava fino al 1942.

Nonostante la posizione geografica che la vede collocata nella stessa zona di Portogallo, Irlanda e Regno Unito, in Spagna (fatta eccezione per le Isole Canarie) vige infatti il fuso orario dell’Europa Centrale – il nostro, tanto per intenderci – che consiste nell’avere un’ora in più d’inverno e due ore in più d’estate rispetto a Greenwich. Fu il dittatore Francisco Franco, il 12 maggio 1942, a far adottare al Paese l’attuale fuso orario, a quanto pare per compiacere Adolf Hitler e la sua Germania. Da allora gli spagnoli vivono con un «jet-lag permanente» che non corrisponde al reale e che, nel corso degli anni, ha contribuito a mutare i costumi della società. Non è un caso se la vita sulla penisola iberica risulti essere abbastanza sregolata rispetto a quella degli altri paesi europei. La tipica giornata di uno spagnolo comincia al più presto alle 9 di mattina e si conclude a tarda notte dopo aver consumato pasti a orari per noi “discutibili”, così come lo sono le aperture e le chiusure di negozi e locali.

«La strana organizzazione dell’orario spagnolo, che non ha paragoni con alcun altro Paese, non ha origini geografiche, climatologiche, ma è frutto di una curiosa circostanza storica – si legge nel report presentato in Parlamento -. E a questa anomalia si unisce un’organizzazione del lavoro, singolare pure questa, che è unica rispetto al resto dell’Europa e dell’Occidente». In sostanza i promotori dell’iniziativa chiedono di spostare le lancette dell’orologio indietro di un’ora al fine di regolarizzare le abitudini degli spagnoli circa i pasti e il riposo notturno.

Secondo le stime effettuate il ritorno al fuso orario originale fornirebbe numerosi vantaggi sulla qualità della vita: gli orari dei pasti tornerebbero a coincidere con l’orologio biologico e vi sarebbero meno assenze sul posto di lavoro, un minor numero di incidenti e una maggiore produttività. Inoltre il cambio di fuso consentirebbe alla popolazione di guadagnare circa 90 minuti al giorno per il tempo libero. Forse solamente gli orari della movida non subirebbero alcun cambiamento, ma questa è un’altra storia…

Gabriele Rossetti

“Il volto del ‘900”, in mostra a Milano i ritratti più celebri del XX secolo

ritratto di dedie Rivivere il XX secolo attraverso i capolavori di artisti dell’epoca che si sono cimentati con il tema della raffigurazione umana, soffermandosi, ognuno con il proprio stile inconfondibile, principalmente sullo studio del viso. Si presenta così “Il volto del ‘900. Da Matisse a Bacon. Capolavori dal centre Pompidou“, l’esposizione allestita a Palazzo Reale di Milano fino al 9 febbraio 2014. La mostra propone oltre ottanta lavori – tra ritratti, autoritratti e sculture – di altrettanti artisti celebri quali Modigliani, Matisse, Bonnard, Picasso e Bacon; opere d’arte mai esposte in Italia perché custodite al Musée National d’Art Moderne Centre Pompidou di Parigi da cui proviene lo stesso curatore della mostra, Jean-Michel Bouhours. «Volevo mostrare le principali tematiche storico-filosofiche sulla rappresentazione del volto nel XX secolo – ha commentato Bouhours presentando la mostra -. Una rappresentazione che è antica come l’arte che mirava, in fondo, a dare un aspetto all’assenza».

Attraverso i capolavori esposti, la mostra intende rappresentare il mutamento negli stili e nei caratteri della ritrattistica avvenuto nel corso del Novecento di pari passo con i continui cambiamenti della società. L’esposizione è divisa in cinque sezioni: si comincia con “Il mistero dell’anima” che presenta opere dalla forte valenza psicologica dando molto risalto alla figura femminile di inizio secolo. Il percorso prosegue con la sezione “Autoritratti”, nella quale emerge in maniera netta la differenza di stili tra i vari artisti (si passa infatti da Magritte a Severini, da Villon a Bacon). Un elemento ben visibile anche nel terzo spazio espositivo intitolato “Faccia e forme” dove, oltre ai dipinti, la figura umana scomposta è rappresentata dai capolavori scultorei di Lipchitz e Mirò. “Caos e disordine” è il penultimo step del percorso, dedicato all’imperfezione della figura umana, ben rappresentata nei lavori di Bacon e Giacometti. La visita si conclude con “Il ritratto dipinto dopo la fotografia”, quinta ed ultima sezione che presenta immagini ad altissimo impatto espressivo.

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Sin dall’antico Egitto il ritratto ha avuto una funzione fondamentale per l’umanità che però ha cessato di esistere quasi totalmente con l’avvento della fotografia. E proprio a seguito di quella eccezionale innovazione gli artisti hanno dovuto esternarsi dalla realtà e provare a “guardare oltre”, costretti ad inventarsi nuovi metodi di rappresentazione, non soltanto della figura umana, con l’obiettivo di fermare il tempo. Perché come dice il curatore della mostra, Jean-Michel Bouhours, «il ritratto è il contrario del tempo, è un tentativo di congiurare contro il tempo».

Gabriele Rossetti

“Tous mécènes!”, colletta online per restaurare la Nike di Samotracia

nike di samotraciaSe avete in programma un viaggio a Parigi con annessa – e immancabile – visita al Louvre, forse sarebbe meglio rimandare fino a maggio. Prima di allora, infatti, i visitatori del museo più famoso del mondo non potranno ammirare uno dei capolavori maggiormente apprezzati. Stiamo parlando della Nike di Samotracia, una delle tre meraviglie esposte nel museo parigino, insieme alla Gioconda e alla Venere di Milo, che lascerà temporaneamente la sua collocazione in cima allo scalone Daru per sottoporsi a lavori di restauro. Un restauro non urgente ma opportuno, fanno sapere dal museo, in grado di ridare «splendore» alla statua che nel corso degli anni si è notevolmente scurita.

Da tempo i responsabili del Louvre pensavano di restaurare l’opera affinché venisse conservata e preservata al meglio e pare che finalmente abbiano trovato il momento giusto, nonostante il periodo storico non consenta una immediata reperibilità di fondi. Il costo complessivo del restauro si aggira infatti intorno ai 4 milioni di euro, tre dei quali verranno coperti da altrettanti sponsor (Nippon Television Holdings, fondazione Marc Ladreit de Lacharrière e Bank of America Merrill Lynch). Per recuperare il milione che manca il Louvre ha invece pensato di interpellare gli amanti dell’arte, affidandosi al loro buon cuore. In che modo? Dando vita ad una sorta di colletta online intitolata “Tous mécènes!”, attraverso la quale chiunque potrà offrire il proprio contributo donando la cifra che ritiene più consona. Per aiutare gli organizzatori a raggiungere l’obiettivo è necessario collegarsi al sito internet dell’iniziativa e seguire le istruzioni. Chiedere aiuto alle persone comuni attraverso una sottoscrizione è una formula già sperimentata in passato dal Louvre che ha sempre portato i frutti sperati. Ecco perché anche in questa occasione il museo appare fiducioso.

Ogni martedì (giorno di chiusura del museo) per cinque settimane la Nike di Samotracia verrà smontata pezzo per pezzo e imballata prima di venire trasferita nella sala dei Sette camini dove verrà restaurata sotto la attenta supervisione di una Commissione internazionale. Nel frattempo anche la scalinata che collega la Galerie d’Apollon e il Salon Carré, dai cui gradini passano ogni giorno migliaia di persone, subirà un accurato restyling in vista di maggio, quando farà ritorno la vera attrazione.

Conosciuta anche come Vittoria di Samotracia, la scultura è realizzata in marmo pario (bianco, pregiato, proveniente dall’isola di Paros in Grecia) e venne ritrovata proprio nei pressi di Samotracia nel 1863 senza testa né braccia. L’autore dell’opera è sconosciuto anche se è stata più volte attribuita a Pitocrito. Risalente al 200 a.C., la Nike (dea della vittoria, in greco) è uno dei simboli dell’epoca ellenistica e rappresenta una giovane dea alata che porta l’annuncio delle vittorie militari. A lavori ultimati, quando si ripresenterà, sarà possibile ammirarne nuovamente tutto il suo antico splendore.

Gabriele Rossetti

Pisa, il murale “Tuttomondo” di Keith Haring ottiene il vincolo della Soprintendenza: vivrà per sempre

tuttomondoLa voce era circolata da parecchio tempo e si attendeva solamente l’ufficialità, ma ora che è arrivata gli appassionati di arte possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. Il murale Tuttomondo, realizzato a Pisa nel 1989 da Keith Haring, ha ottenuto il vincolo della Soprintendenza ed è stato dichiarato di “interesse storico-artistico particolarmente importante”. Attraverso il decreto 335/2013 il ministero dei Beni culturali ha così formalmente inserito l’opera, l’unica realizzata da Haring presente sul territorio italiano, tra i monumenti sottoposti a tutela. Il vincolo della Soprintendenza sta a significare che il capolavoro realizzato sulla parete esterna della chiesa di Sant’Antonio Abate vivrà per sempre e che una volta tanto – in termini di cultura – le istituzioni italiane hanno saputo dare il giusto riconoscimento a quello che va considerato a tutti gli effetti un patrimonio.

La decisione del ministero dei beni Culturali è stata presa in netto anticipo rispetto al consueto iter che prevede l’applicazione del vincolo al normale decorso dei 50 anni della realizzazione dell’opera e che solitamente viene applicato ai lavori degli artisti riconosciuti di chiara fama.

tuttomondo keith haringIl governo italiano ha così reso omaggio al grande genio artistico di Keith Haring che definì Pisa «un paradiso» e pensò l’opera proprio nella speranza che rimanesse permanente. Realizzato un anno prima della sua morte, Tuttomondo è considerato il testamento spirituale ed è l’ultima opera pubblica dell’artista newyorkese. Per la sua realizzazione sono state utilizzate tempere acriliche su una superficie di 180 metri quadrati ed il grande dipinto ritrae 30 figure, concatenate tra loro nel tipico stile inconfondibile di Haring, che vogliono simboleggiare la pace e l’armonia del mondo. Da poco restaurata per conservarla in maniera idonea e per rallentarne il processo di invecchiamento, l’opera è una delle rarissime (tra quelle contemporanee) ad essere vincolate dalla Soprintendenza per i beni artistici.

Gabriele Rossetti

“Hai paura del buio?”. A Torino il debutto del festival artistico ideato da Manuel Agnelli

HPDBLa gente ha paura perché non sa cosa aspettarsi dal futuro.
La paura ci ha diviso, ci immobilizza e ci tiene a casa.
Il vero male in questo momento è non fare niente, essere passivi
sperando che chiuderci nelle nostre tane e nei nostri circoli possa salvarci dai nostri incubi.
Noi vogliamo uscire, confrontarci, mischiarci, sporcarci e contaminarci.
Diventare dei bastardi e dei meticci.
Superare gli steccati che ci hanno diviso e ci hanno spento.
Perché nasca qualcosa di nuovo.
Perché nasca qualcosa.
Ci prendiamo le nostre responsabilità sulla cultura.
Sulla quale si fonda ogni azione dell’individuo nel corso della propria vita.
Prendiamo posizione e facciamo informazione, perché la cultura è il nostro modo di fare politica.
La cultura è politica.
Ci siamo scandalizzati per cose che abbiamo lasciato succedere.
Adesso vogliamo divertirci.
Ridare leggerezza alle azioni.
Riscoprire la bellezza.
La bellezza di vivere le cose, farle nascere.
Non subirle.

Musica, poesia, danza, teatro, arti visive. In una sola parola: cultura. Quella cultura sulla quale è calato un buio profondo dal quale è necessario uscire (ri)accendendo al più presto la luce. Su queste basi si fonda il progetto artistico “Hai paura del buio?” che nel suo manifesto esprime il bisogno di far nascere qualcosa di nuovo per ridare leggerezza alle azioni e riscoprire la bellezza attraverso ogni forma artistica. Il progetto è in realtà un festival itinerante ideato dal leader degli Afterhours Manuel Agnelli e, non a caso, prende il nome dall’album omonimo pubblicato nel 1997 dal gruppo milanese.

Un festival unico nel suo genere che debutta venerdì 30 agosto a Torino all’interno del Traffic Festival. Nella splendida cornice delle Ogr (Officine grandi riparazioni) si alternerà per tutta la serata un prestigioso cast di artisti in rappresentanza di diverse discipline. Sei i palchi che ospiteranno le esibizioni di Afterhours (concerto), Cristiano Carotti (installazioni), Valentina Chiappini (performance), Dargen D’Amico (dj set), Eleonora Di Vita (danza), Fuzz Orchestra (concerto), Enrico Gabrielli (orchestrina di liscio/der mauer- avanguardia), La Morte (concerto esibizione), Marta sui Tubi (concerto), gruppo di slam poetry curato da Marco Philopat (contest di poesia), Antonio Rezza e Flavia Mastrella (teatro), Daniele Silvestri (concerto), Graziano Staino (video performance), Isabella Staino (installazione pittorica), Teatro degli Orrori (concerto), OOOPOPOIOOO – Vincenzo Vasi e Valeria Sturba (performance), Guido Catalano (poesia), Marco Castellano (concerto), Nebulae (danza), Paola Turroni (reading) e Giancarlo Marcali (installazione). Una sorta di happening artistico che dopo il capoluogo piemontese farà tappa a Roma (il 13 settembre all’Auditorium Parco della Musica) e Milano (il 30 ottobre all’Alcatraz).

Per certi versi “Hai paura del buio?” prende l’eredità del Tora! Tora! – anch’esso ideato da Agnelli agli inizi del 2000 – non limitandosi però esclusivamente alla scena musicale indipendente italiana ma anzi allargando il cerchio ad ogni forma di arte espressiva con lo scopo di interrogarsi sullo stato della cultura nel nostro Paese. Un’iniziativa destinata a riscuotere successo che ha già ricevuto la “benedizione” del Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray e che potrebbe non limitarsi a tre sole date; l’intenzione degli organizzatori è infatti di prolungare il tour toccando altre zone d’Italia.

Come spiegato da Manuel Agnelli il festival nasce dalle esperienze e dalla frequentazione dei teatri dismessi e a rischio privatizzazione (come il Valle di Roma o il Coppola di Catania), occupati da artisti e semplici cittadini perché non perdessero la loro “funzione culturale”. «A noi non interessa stimolare il dibattito sulla cultura – ha detto Agnelli in risposta alle critiche subite -, c’è già. Ci interessa fare qualcosa di bello e concreto».

Gabriele Rossetti

«I have a dream»: 50 anni fa lo storico discorso di Martin Luther King

martin luther king28 agosto 1963. Anche cinquant’anni fa era di mercoledì e quel giorno 250mila persone si radunarono al Lincoln Memorial di Washington per partecipare alla marcia per il lavoro e la libertà (For Jobs and Freedom). Una grande manifestazione politica a sostegno dei diritti civili ed economici per gli afroamericani, organizzata da Philip A. Randolph, sindacalista militante, e dal pacifista Bayard Rusting, omosessuale dichiarato con un passato da comunista. Sul palco intervennero sindacalisti, leader religiosi, protagonisti dei movimenti, artisti e attivisti. Tra questi anche il pastore protestante Martin Luther King, capo del Southern Christian Leadership Conference, che prese la parola per pronunciare uno dei discorsi divenuti simbolo della storia americana e, più in generale, di tutta l’umanità. Un discorso memorabile preparato in ogni minimo dettaglio per ricordare a tutta la nazione che, cento anni dopo l’Editto di emancipazione degli schiavi firmato dal presidente Abraham Lincoln, i neri d’America erano ancora considerati cittadini di serie b.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

Davanti ad una folla incantata Martin Luther King continua a leggere ma poi decide di andare a braccio per esprimere i concetti chiave. Chissà quante volte ha preparato quel discorso, o forse non ha semplicemente bisogno di riguardare quelle parole scritte di getto a tutela della sua comunità, la comunità afroamericana. Fino al passaggio cruciale e a quell’«I have a dream», pronunciato una, due, tre, quattro, cinque, sei volte, come un mantra di speranza.

Ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza.

Quel sogno che cambiò il corso della storia è ancora vivo? Forse sì e la testimonianza arriva dalle migliaia di persone che in questi giorni si sono riunite a Washington, proprio al National Mall, per commemorare quella data e quelle parole, tanto forti quanto purtroppo ancora attuali, anche a cinquant’anni di distanza. «Non è il momento delle commemorazioni nostalgiche. E non è il momento delle autocelebrazioni – ha commentato il figlio maggiore di King, Martin Luther King III -. Il lavoro non è finito. Il viaggio non è completato. Possiamo e dobbiamo fare di più».

Gabriele Rossetti

Dresda, inaugurato il nuovo ponte che fa perdere alla città lo status di patrimonio dell’UNESCO

walschlössenbrücke dresdaQuel ponte non s’ha da fare. O forse sì. Sono passati quattro anni dal giorno dell’approvazione del progetto sino alla inaugurazione di un’opera controversa che la città di Dresda ha pagato a caro, carissimo prezzo con l’esclusione dalla lista dei patrimoni dell’umanità. Troppo forte la necessità di decongestionare il traffico verso il centro e così, con la costruzione di un attraversamento sul fiume Elba alle porte della città, la capitale della Sassonia ha preferito – per non dire dovuto – rinunciare allo status assegnatole dall’UNESCO nel 2004 e di conseguenza ad un un finanziamento di circa un centinaio di milioni di euro l’anno destinato dal governo tedesco ad ogni sito considerato patrimonio dell’umanità.

L’area su cui è stato realizzato il Waldschlösschenbrücke, situata a circa 200 km a sud di Berlino, non lontano dal confine con la Repubblica Ceca, è considerata una delle più belle della Germania e si estende per circa venti chilometri sulle rive del fiume, comprendendo anche la città ed il favoloso centro storico in stile barocco, ricostruito e conservato con cura dopo i bombardamenti degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale nel 1945.

Il nuovo ponte a quattro corsie costruito sull’Elba è costato 182 milioni di euro ed è stato inaugurato con una passeggiata pubblica alla quale hanno preso parte numerosi cittadini e turisti che presto lasceranno spazio al traffico veicolare. Il centro città dista 1,6 chilometri, troppo pochi secondo l’UNESCO che sin dal 2009 ha osteggiato il progetto inserendo la “Firenze del Nord” nella lista rossa dei patrimoni dell’umanità in pericolo, salvo poi rimuoverla definitivamente dalla lista World Heritage. È la prima volta che l’ente dell’ONU prende una simile decisione in Europa, mentre già era accaduto con lo stato dell’Oman che aveva ridotto del 90% una riserva naturale popolata da antilopi.

Nel corso degli anni la realizzazione del Waldschlösschenbrücke è divenuta oggetto di manifestazioni, azioni legali e dure prese di posizione da parte degli ambientalisti anche se, attraverso un referendum popolare, il 68 per cento degli abitanti si era dichiarato favorevole.

Gabriele Rossetti

Roy Lichtenstein colora Parigi: restrospettiva al Centre Pompidou

Roy Lichtenstein - Ohhh… Alright…, 1964, © Estate of Roy Lichtenstein L’estate di Parigi si preannuncia più che mai colorata grazie alle opere sensazionali di Roy Lichtenstein, uno dei massimi esponenti della Pop Art, in esposizione fino al 4 novembre prossimo presso le sale del Centre Pompidou. Dopo Chicago, Washington e Londra, la grande retrospettiva sull’artista statunitense, principalmente noto per le sue tavole che riprendono lo stile dei fumetti, sbarca dunque nella capitale francese per fornire ai visitatori una panoramica completa sul lavoro che ha consacrato Lichtenstein nell’olimpo dell’arte mondiale. Dalle opere più note a quelle rimaste all’oscuro del grande pubblico, la mostra ripercorre la carriera dell’artista newyorkese esponendo circa un centinaio di capolavori: i fumetti dei primi anni ’60, certo, ma anche sculture, ceramiche, quadri e stampe.

«Cercare una nuova prospettiva su questa figura emblematica della Pop Art americana, andando “oltre il Pop” per rivalutare Lichtenstein come uno dei primi pittori postmoderni». A detta degli organizzatori l’esposizione parigina è principalmente basata su questo auspicio, vale a dire cercare di far emergere a tutti gli effetti la vena creativa ed eclettica di Lichtenstein che, nel corso della carriera, si è confrontato anche con i generi più tradizionali della pittura (ad esempio, nudi, paesaggi e nature morte).

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L’esposizione del Centre Pompidou attraversa in maniera cronologica le diverse fasi della vita dell’artista. Organizzata in collaborazione con l’Art Institute di Chicago e la Tate di Londra la mostra è curata da Camille Morineau che di Lichtenstein ha detto: «Ciò che rende la forza della sua arte, è anche la distanza divertita e critica che, senza diventare cinico, ha tenuto tra se stesso e l’arte, dagli inizi fino alla fine della sua vita…». Nato a New York nel 1923, Roy Lichtenstein non amava particolarmente la celebrità e le luci della ribalta. Preferiva di gran lunga esprimersi attraverso la sua arte – sempre al passo con i tempi – che ha generato icone mai banali, ricche di significato e humor. Oltre che coloratissime.

Gabriele Rossetti